Dormire al tempo di Internet

24 ore su 24, 7 giorni su 7. Questo è il mantra del nuovo millennio. Lo spiega magistralmente Jonathan Crary nel suo libro “24/7 – Il capitalismo all’assalto del sonno”. Qui cerco di esporre i concetti che più mi hanno colpito, sperando di favorire in voi la lettura di questo testo che, per me, è fondamentale.

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Photo by Tevin Trinh on Unsplash

Photo by Tevin Trinh on Unsplash

Aperto 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Consumare beni e servizi diventa un bisogno perpetuo, infaticabile, che possiamo manifestare anche in piena notte, senza che possa essere contrastato.

È verso il 24/7 che il capitalismo del XXI secolo si sta spingendo, come viene magistralmente esposto nel libro “24/7 – Il capitalismo all’assalto del sonno” di Jonathan Crary (2015).

“Il sonno è l’ultima barriera rimasta, l’unica “condizione naturale” superstite che il capitalismo non possa eliminare.” (p. 79)

Chi dorme non piglia pesci

Sono molte le ricerche che cercano di trovare nell’insonnia una causa scatenante oggettiva: dalla luce blu dello schermo, fino alla genetica.

La maggior parte di queste ricerche lascia il tempo che trova, perché non tiene in considerazione la funzione che l’insonnia ha nel suo contesto.

Sono in pochi, tra cui lo stesso Crary, ad aver intuito che, in realtà, l’insonnia ha una causa profondamente economico-culturale, che viene premiata dalla nuova società 24/7:

“Il sonno pone il problema di un bisogno umano che si può soddisfare solo in un certo intervallo di tempo e non può quindi essere asservito e aggiogato dalla macchina per fare profitti. […] Per quanto sconvolgente e inconcepibile sia, la verità è che non se ne può estrarre alcunché di valore. Non desta meraviglia che nella nostra epoca, in ogni parte del mondo, a causa dei livelli assai elevati di competizione economica, sia in atto una vera e propria erosione del tempo dedicato al sonno.” (p. 13)

Non c’è più tempo da perdere

Il tempo è la chiave apre le porte al nostro millennio. Tutto ciò che necessita di attenzione ha bisogno del giusto tempo per essere presa in considerazione, soppesata fino a dargli la giusta importanza ai nostri occhi.

Tuttavia, man mano che le tecnologie perfezionavano le loro prestazioni hardware, le aziende che trovano la loro esistenza nell’etere digitale hanno preso consapevolezza del fatto che la loro competizione si basa principalmente sull’ottenimento della nostra attenzione e, quindi, del nostro tempo.

Lo stesso Eric Schmidt, agli albori della sua Google, in un’intervista disse che “il XXI è il secolo della “economia dell’attenzione” e le aziende globali dominanti saranno quelle che riusciranno a conquistare il controllo del maggior numero possibile di “bulbi oculari” (p. 79)”.

Anche perché, mentre noi andiamo a dormire, le nostre multiple identità digitali rimangono sempre all’erta a vegliare nell’etere, ed è per questo che vanno costantemente monitorate durante le ore di veglia affinché nulle le perturbi durante i momenti in cui siamo distaccati dal web.

A tal proposito, ecco cosa Crary scrive riguardo ai social network:

“Nel capitalismo 24/7, l‘idea che la socialità possa oltrepassare i propri esclusivi interessi individuali risulta definitivamente svuotata di ogni significato e le fondamenta interumane dello spazio pubblico vengono percepite come del tutto inutili rispetto alla propria insularità fantasmatica digitale.” (p.95)

Abituati a regalarmi il tuo tempo

Manipolare il tempo dell’utente non significa semplicemente “tenerlo sveglio per 24 ore”, ma anche creare routine nuove mai provate prima e percepite come innocue o banali, come quella di controllare il feed di Facebook ogni mattina o di guardare Netflix prima di andare a dormire.

In realtà, non è soltanto l’avvento del digitale in sé ad aver creato nuove routine. Crary, infatti, espone una lunga disanima storico-culturale dei primi mass media, come fu la televisione:

“Una delle novità della televisione, in particolare, fu quella di imporre comportamenti omogenei e abitudinari in ambiti dell’esistenza che prima erano soggetti a forme di controllo meno stringenti. […] Nel giro di appena una quindicina d’anni, vi fu una ricollocazione di massa, per intere popolazioni, in stati prolungati di relativa immobilizzazione. […] La gamma assai vasta di modalità in cui il tempo, a seconda dei casi, veniva semplicemente vissuto oppure sfruttato, sprecato o subìto oppure, ancora, parcellizzato, prima che la televisione facesse la sua comparsa, fu ridotta a una tipologia di durata più livellata, in cui minore era la reattività sensoriale richiesta.” (p. 84)

La routine dell’intera società ha permesso di creare un’accettazione comune di comportamenti dapprima ritenuti bizzarri, come il rimanere seduti per ore a fissare un unico oggetto. Ma com’è avvenuta questa accettazione culturale?

Il processo di accettazione di questo tipo è tanto incredibilmente rapido quanto irrimediabilmente complesso. In primis, bisogna considerare il contesto sociale in cui la televisione è emersa: la fine della Seconda Guerra Mondiale. Nonostante le tecnologie per costruire il tubo catodico fossero già appannaggio dei tecnici dell’epoca da diversi anni, la TV è nata inizialmente allo scopo di creare una coesione sociale all’interno delle popolazioni segnate dalle ferite della guerra.

In un momento del genere, un nuovo tipo di economia – quello basato sulle merci -, ha fatto capolino su scala mondiale, imponendo gradualmente una politica 24/7 che si è poi perfezionata mano mano che le tecnologie si sono sviluppate, fino a diventare vere e proprie protesi del nostro corpo, portatili e accessibili in qualsiasi momento della giornata.

Come riemergere da una lunga apnea

Tempo fa, in occasione della nuova categorizzazione dell’OMS riguardo la “dipendenza dai videogiochi”, scrissi un articolo che mostrava come quella dipendenza, in realtà, non esistesse.

Tuttavia, è lecito domandarsi come possiamo chiamare – se non “dipendenza” – quella sensazione sgradevole di rimanere attaccati per ore ad un videogioco, con l’incapacità psicologica di separarsene.

A tale obiezione, risposi che non si trattava tanto di un problema psicologico (dipendenza), ma di un limite prettamente neurologico:

“Come esseri umani, abbiamo un senso del tempo che si allinea con i nostri ritmi circadiani. Ma se inseriamo nelle nostre giornate un elemento artificiale, che non subisce le influenze dello scorrere del tempo, la nostra percezione temporale si dilata fino, nei casi più gravi, a fermarsi.[…] Ovviamente il gioco è piacevole, ma passate diverse ore non si percepisce piacere, ma pura e semplice immersione in qualcosa che è percepito come interminabile. E il nostro cervello non riesce a lavorare correttamente con ciò che è interminabile.”

All’epoca paragonavo il momento in cui ci si staccava dal videogame alla riemersione dopo una lunga apnea.

Crary, nel suo libro, approfondisce questo tema spiegando nei dettagli quella sensazione di “riemersione”, ovvero su ciò che tutti noi proviamo quando un dispositivo che aveva catturato la nostra attenzione viene spento all’improvviso:

Invariabilmente, occorre un breve intervallo prima che il mondo si ricomponga, nelle forme e nell’aspetto consueto, cui solitamente non si fa caso. Si avverte allora un certo smarrimento, per cui l’ambiente in cui ci si trova […] appare opaco e opprimente nella sua materiale concretezza, nella sua goffa imperfezione e caducità, ma anche nella sua inflessibile renitenza a essere “spento” con un semplice clic. […] queste sensazioni di spaesamento, tuttavia, si limitavano un tempo ai soli ambienti in cui i dispositivi, non essendo portatili, venivano messi a disposizione. Grazie alla diffusione di strumenti sempre più protesici, questa varietà di momenti transitori si verifica dappertutto, in qualsiasi luogo, pubblico o privato che sia. L’esperienza delle vita quotidiana oggi è fatta di frequenti e repentine uscite dalla propria “bolla” o bozzolo, in cui vige una forma onnicomprensiva di controllo personalizzato, verso il mondo della vita contingente, in sé refrattario a ogni tipo di manipolazione.” (p. 94)

Siamo connessi 24/7, possiamo lavorare 24/7, i negozi e i servizi sono attivi 24/7.

In una società in cui tutto è sempre – perennemente – attivo, mettiamo in secondo piano il fondamentale bisogno di riposo, di naturale adesione al ritmo circadiano che ci aiuta a ricalibrare la nostra attenzione su ciò che, in fondo, ha davvero un valore.

Ma, dobbiamo ammetterlo, uscire fuori dalla cultura 24/7, spesso imposta da datori di lavoro, social network, e altri elementi esterni, è difficile.

Io stessa sto scrivendo questo articolo di notte, nella speranza di utilizzare quel poco di tempo libero rimasto per fare qualcosa di produttivo. E tra qualche ora, quando la sveglia suonerà, sarò pronta ad affrontare altre 24 ore di iper-produttività imposta.

– Annalisa Viola

Per approfondire:

Jonathan Crary (2015). 24/7, Il capitalismo all’assalto del sonno. I Maverick (Einaudi). https://www.einaudi.it/catalogo-libri/scienze-sociali/sociologia/247-jonathan-crary-9788806218355

Il mio articolo sulla dipendenza dai videogiochi (che non esiste): https://psyberneticandmore.wordpress.com/2018/06/28/dipendenza-da-videogiochi-non-esiste

Articolo scientifico sulla luce blu degli schermi che causerebbe insonnia: https://www.theguardian.com/lifeandstyle/2018/may/28/blue-light-led-screens-cancer-insomnia-health-issues

Articolo scientifico sulle cause genetiche dell’insonnia: https://www.nature.com/articles/s41588-019-0361-7

Informazioni su Annalisa Viola

Psicologa
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