10 strategie mentali degli ingegneri

Credi che gli ingegneri pensino le cose in modo diverso dagli altri?
Secondo il bioingegnere Guru Madhavan, autore del libro “Come pensano gli ingegneri“, hai proprio ragione.
Ho tratto queste 10 caratteristiche della mente dell’ingegnere dal contenuto più complesso e approfondito del libro, che possono aiutarti a comprendere questa mentalità pragmatica e affascinante.

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Lo stereotipo dell’ingegnere lo identifica con la stessa macchina che costruisce: freddo, pragmatico, tremendamente oggettivo.

Il libro di Guru Madhavan, bioingegnere considerato tra i migliori quaranta giovani scienziati nel 2013 dal Forum Economico Mondiale di Davos, si prefigge di sfatare (e in parte confermare) questo mito, partendo da molti esempi concreti (dall’inventore del codice a barre ad Alfred Hitchcock – sì, proprio lui) fino a profilare lo stile cognitivo che, secondo lui, accomuna tutti i grandi ingegneri.

Nel suo “Come pensano gli ingegneri, Intelligenze applicate” (2015, Raffaello Cortina Editore), il presupposto di partenza è che questi professionisti sono molto pragmatici: la loro intelligenza – “applicata“, come specifica nel titolo – è un tutt’uno con l’ambiente circostante, con gli oggetti, con i materiali che utilizzano.

Il pensiero Sistemico Modulare

Principalmente, l’intelligenza applicata dell’ingegnere ideale di Guru Madhavan è prodotta da uno stile cognitivo particolare: il pensiero Sistemico Modulare.

Il pensiero Sistemico Modulare è composto da due concetti fondanti: quello di Sistema e quello di Modulo.

Un Sistema consiste nell’insieme di elementi che interagiscono tra di loro, e sono quindi sia causa che effetto l’uno dell’altro.

Tali elementi vengono definiti Moduli, e sono quindi le parti più semplici del Sistema.

Una persona che pensa in modo Sistemico è abituata a raggruppare le parti dell’insieme che sta considerando in quel momento in insiemi ben definiti, tenendo sempre conto della relazione causa-effetto che esiste tra le diverse componenti. Il pensiero Modulare, invece, tende a ridurre i sistemi complessi nelle sue parti più semplici, per identificarne i processi che li caratterizzano (e che generano cause ed effetti).

Per fare un esempio, il Sistema Operativo del vostro computer non si chiama “sistema” per caso: è un insieme interagente di diversi software (moduli) in un unico computer. Le parti più semplici, i moduli, vengono creati singolarmente perché, nel caso di implementazione o sostituzione di uno di essi, non vengano intaccati tutti gli altri.

[…] non c’è nulla di stazionario, tutto è connesso con tutto. […] Una delle tecniche specifiche del pensiero sistemico modulare, per esempio, consiste in un dosaggio funzionale di decostruzione (l’abilità di scomporre un sistema nei suoi moduli di base) e ricostruzione (l’abilità di riassemblare quei moduli). (p.30)

Di quali capacità è dotato chi padroneggia il pensiero Sistemico Modulare?

Ho cercato di snocciolare le specifiche caratteristiche di questo pensiero in 10 punti fondamentali, che troverete sparsi all’interno del libro.

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La copertina del libro

1. L’ingegnere ha una visione olistica

Nonostante lavori sui singoli moduli, è necessario che l’ingegnere mantenga una visione allargata di come sia fatta l’intera struttura e di come i vari moduli siano in rapporto tra loro. Questa visione gli permette di lavorare per obiettivi, costruendo un percorso predefinito per raggiungere l’obiettivo finale.

2. L’ingegnere progetta a ritroso

Ma gli obiettivi step by step dell’ingegnere non sono concepiti in modo lineare, dai microcompiti ai macrocompiti, fino al raggiungimento dell’obiettivo conclusivo. Questo è un tipo di progettazione che risulterebbe pratico nel momento in cui si conoscono già le procedure, solitamente standard, per raggiungere quel dato traguardo.

Invece, secondo Guru Madhavan,

Nel caso di ingegneri come Shepherd-Barron [l’inventore dell’ATM ndr] lo strumento più utile è la nozione di progettazione a ritroso, in altri termini la capacità di figurarsi per prima cosa l’esito auspicato, per poi ragionare in senso inverso allo scopo di trovare un modo per concretizzarlo. (p. 66)

3. L’ingegnere ragiona per inferenze

L’ingegnere non è tale solo durante il lavoro, ma la sua forma mentis lo porta a cogliere in qualsiasi momento delle caratteristiche e dei suggerimenti dall’ambiente circostante che potrebbero farlo arrivare a una soluzione finale nel suo progetto.

Tom Peters – scrive Guru Madhavan – della Lehigh University chiama pensiero per matrici il processo strutturato che va dall’individuazione, incubazione e combinazione di idee prelevate dai più vari ambiti dell’esistenza alla loro traduzione in soluzioni più pratiche. (p.66-67)

Si tratta di quella che Brian Arthur del Santa Fe Institute chiama deep craft, la capacità cioè di acquisire una pratica il più possibile esaustiva delle varie funzionalità e del modo in cui è possibile combinarle (p.71)

4. L’ingegnere progetta in situazioni vincolate

Purtroppo per loro, gli ingegneri non possono lavorare senza alcuna limitazione. Esistono molti vincoli, da quelli fisici a quelli economici, che influenzano qualsiasi loro progetto.

Fortunatamente, saper lavorare con dei vincoli non è sempre negativo:

Le scadenze e i vincoli non comprimono l’innovazione: la incanalano. Se correttamente sfruttati, possono spianare la strada a nuove possibilità. (p.111)

5. L’ingegnere trova sempre il compromesso

L’ingegnere deve svolgere lavori richiesti da un committente. Per creare un progetto, talvolta i vincoli in cui deve restare sono di natura opposta: si pensi al vincolo del budget e al vincolo della sicurezza di un impianto elettrico. Se il budget non è sufficiente per garantire la sicurezza, ma la sicurezza è ritenuta necessaria per evitare problemi legali per danni alle persone, il buon ingegnere saprà trovare un compromesso tra le due cose, magari usando materiali meno costosi per avere soldi sufficienti per mettere in sicurezza l’impianto.

6. L’ingegnere lavora per prototipi

Il buon ingegnere sa che la versione di lancio di un prodotto non è mai quella definitiva, anzi. A tal proposito, è divenuta celebre la frase di Reiff Hoffman, co-founder di LinkedIn: Se non ti vergogni della prima versione del tuo prodotto significa che l’hai lanciato troppo tardi.

In generale, gli ingegneri sanno che il loro lavoro è in versione beta permanente, fatto di migliorie successive che avverranno dopo le prime sperimentazioni. Infatti, è più facile valutare il prototipo anziché un’idea astratta. Inoltre, lavorare per prototipi permette di ottenere subito dei dati, elementi preziosi per capire in che modo migliorare il proprio prodotto.

[…] i progetti “perfetti” non esistono. Come evidenzia anche il concetto giapponese di wabi-sabi, ogni cosa è imperfetta, impermanente, migliorabile. […] In psicologia questo fenomeno prende il nome di “effetto Einstellung“, un atteggiamento distorto che induce a restare aggrappati a conoscenze già acquisite (p. 152)

7. L’ingegnere adatta prodotti preesistenti

Nonostante gli ingegneri passati alla storia siano tutti degli “iniziatori”, cioè coloro che creano per primi uno specifico prodotto, Guru Madhavan ci tiene a precisare che anche chi svolge il ruolo di “adattatore”, lavorando cioè su un prodotto preesistente e adattandolo per le proprie esigenze, ha dato un grande contributo alla società.

L’autore riporta l’emblematico esempio della dottoressa Hutchinson, ingegnere biochimico che scoprì come produrre grandi quantità di penicillina per poterla distribuire su larga scala. Non fu la scopritrice di questa medicina, che fu invece Fleming, ma il suo adattamento fu di cruciale importanza per la sopravvivenza di larga parte della popolazione malata.

8. L’ingegnere deve sforzarsi a capire l’altro

Nonostante il fatto che i prodotti creati dagli ingegneri hanno lo scopo di essere utilizzati dalle persone, secondo Gugu Madhavan i suoi colleghi fanno ancora fatica a focalizzarsi sull’usabilità e sul design del proprio progetto.

Molto spesso, infatti, gli ingegneri tendono a sopravvalutare il perfezionismo, al punto da creare oggetti troppo sofisticati che, invece di esaltare l’esperienza dell’utente finale, la degradano.

Nei primi anni Ottanta Lucy Suchman, che all’epoca svolgeva ricerche sul modo in cui gli esseri umani interagiscono con le nuove tecnologie, filmò alcuni scienziati e ingegneri di chiara fama intenti a fare fotocopie fronte-retro. Facevano fatica. La macchina era decisamente troppo complicata. L’ambiente in cui lavora il cliente è il nostro laboratorio. Non sempre il problema è legato alla reale complessità di una fotocopiatrice o di una macchina da stampa: spesso riguarda il modo in cui il cliente percepisce la complessità di quella tecnologia. (p. 159-160)

9. L’ingegnere ricombina più tecnologie

In ingegneria, la ricombinazione di più prodotti tra loro ha generato un numero incalcolabile di tecnologie sinergiche, che hanno di volta in volta sfruttato o reso possibili piattaforme di produzione funzionali alle applicazioni più svariate.

Le tecnologie si possono ricombinare in varie maniere a seconda dei campi di applicazione: […] Va inoltre ricordato che questi vari ambiti, al giorno d’oggi, risultano più intimamente intrecciati che mai. Il miglior esempio di tecnologia ibrida polivalente è probabilmente internet. La Rete non è una cosa sola, ma un conglomerato di cose che concorrono a formare un’unica entità. (p.89)

10. L’ingegnere, per essere efficace, deve lavorare in un ambiente multidisciplinare

Infine, per riuscire a dare prestazioni ottimali con la sua specifica tipologia d’intelligenza, l’ingegnere deve collaborare con professionisti dotati di stili cognitivi diversi dal suo.

Dovrà allargare il proprio campo visivo arricchendosi del potenziale visionario, della saggezza e della creatività delle arti, dei saperi umanistici, delle scienze e della filosofia. La formazione tecnica non dovrebbe servire a consolidare una mentalità consumistica, bensì a coltivare approcci collaborativi. (p. 174)

Come ho infatti spiegato alla fine di questo articolo, il problema culturale che talvolta scaturisce dai prodotti tecnologici innovativi deriva da una forma mentis e dalle intime credenze di chi ha elaborato e progettato l’oggetto, che spesso ha un’idea vaga e stereotipata del consumatore finale.

Concludendo

Lo stile di pensiero ingegneristico può trovare applicazioni efficaci in qualunque ambito della vita umana, perché le sue 10 caratteristiche sono efficaci anche quando si tratta di risolvere problemi lontani dal mondo delle sfide specificamente ingegneristiche.

Se l’argomento vi ha incuriositi, vi consiglio di leggere il libro, poiché per ciascuna delle 10 caratteristiche sono presenti numerose specificazioni ed esempi pratici che sono passati alla storia.

La mentalità ingegneristica non è una panacea universale, ma è comunque un robusto archetipo cognitivo e un solido sistema pratico che consente di risolvere i problemi che la vita presenta. (p. 179)

Annalisa Viola

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Psicologa
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