Come combattere i pregiudizi con i Social Network

I social network sono i luoghi ideali per combattere, o meglio, far dissolvere i pregiudizi. Basta un’iniziativa spontanea, magari a suon di hashtag, per portare un gran numero di persone a toccare con mano la diversità altrui, fino ad accettarla empaticamente. Almeno, questa è la mia riflessione a partire da cases studies, letti sulla base delle teorie di Psicologia Sociale.

Pochi giorni fa, a seguito della pubblicazione su The Washington Post di un video del 2005 in cui Donald Trump affermava che, una volta divenuti famosi, si è legittimati a fare qualsiasi cosa, anche a molestare sessualmente le donne, l’autrice canadese Kelly Oxford ha espresso il suo disappunto attraverso un tweet emblematico:

La conseguenza? Oltre 30 milioni di persone hanno interagito con il suddetto tweet, usando l’hashtag da lei lanciato in un secondo tweet: #notokay. Tantissime donne hanno denunciato la loro aggressione sessuale, si sono confrontate con le altre e tutte insieme si sono sostenute a vicenda con parole di conforto.

Scorrendo i tweet è possibile notare come le donne, dato loro uno stimolo e spesso protette da un account anonimo, hanno potuto raccontare liberamente davanti a un pubblico non ben definito i propri eventi gravissimi, spesso vissuti in tenera età.

Pochi giorni dopo, precisamente il 10 ottobre, in occasione della giornata mondiale della salute mentale, la rivista di psicologia The Mighty ha lanciato un hashtag, #GrowingUpWithAnxiety, che invita gli utenti a spiegare cosa voglia dire vivere con un disturbo ansioso, sulla scia di un precedente #GrowingUpWithDepression.

Anche in questo caso, come potete vedere dal video che The Mighty ha poi pubblicato sulla sua propria pagina Facebook, l’iniziativa ha visto la partecipazione di moltissime persone.

Usare i social per combattere i pregiudizi

Questi sono solo alcuni degli esempi di come i social network possano essere utilizzati per sensibilizzare su una problematica psicologica e sociale. E sono convinta che valga la pena analizzare i comportamenti degli utenti allo scopo di comprendere come questi strumenti siano in grado di veicolare un messaggio forte, complesso, in cui sono implicate molte persone.

Infatti, sia nelle molestie sessuali subite dalle donne che nell’avere un disturbo ansioso risiede un denominatore comune: in entrambi i casi vi è un aspetto culturale che colpisce la vittima con uno stigma, che pesa emotivamente in modo negativo sull’identità della persona.

La “cultura dello stupro”, già descritta su PsybAM in questo articolo, porta le donne a considerare dei comportamenti al limite della violenza come degli atteggiamenti normali, il che le porta a ignorare o sminuire i fatti subiti, poiché vivono nel pregiudizio in cui essere di sesso femminile comporta questo tipo di reazione negli uomini.
Ecco un esempio di pensiero che “normalizza” una situazione di molestia sessuale:

“È normale che, mentre sto indossando una gonna, possa ricevere degli apprezzamenti mentre cammino per strada”

Qualcosa di simile accade nello stigma verso la salute mentale: chi è affetto da una psicopatologia tende a nasconderla, perché sa che non troverà sempre comprensione, ma che potrebbe essere soggetto di critiche alla sua persona, come se essere ansiosi o depressi fosse una questione di mancanza di buona volontà.

Image result for coda treno biglietto

Gruppi spontanei e affollati

Nell’epoca odierna, la tecnologia ha permesso a tantissime persone di disperdersi in un mare di pagine web, social network e piattaforme varie, moltiplicando esponenzialmente i potenziali contatti con l’altro, anche molto diverso da sé.

Queste pagine, tuttavia, non sono caotiche, ma ben distribuite, schedate, con regole interne precise e algoritmi tarati sulle scelte della persona. Di fatto, le piattaforme riproducono nel web i contesti fisici reali. Così come le persone sanno comportarsi in modo diverso per strada, al bar e in ufficio (in base ai limiti sociali che esistono in questi luoghi), così gli utenti di forum, social, blog, eccetera, sanno perfettamente come agire quando si trovano su questa o quella piattaforma, con una differenza: non sempre hanno la reale percezione di quanto sia elevata la portata di ciò che manifestano pubblicamente, diversamente da quanto accade nella vita al di fuori del web.

Per tale ragione, hashtag nati “spontaneamente” (almeno in apparenza) come quello di Kelly Oxford, che ha reagito alla provocazione che Trump ha fatto verso le donne, o quelli più studiati come nel caso di The Mighty, possono portare un gran numero di persone a pubblicare i propri fatti intimi, spesso celati nella vita privata, incoraggiate dalle molte altre persone che stanno facendo altrettanto in quel preciso istante.

Non so se riesco a esprimere appieno la potenziale portata di questo tipo di sensibilizzazione. Farò un esempio.

Immaginate di essere in una stazione ferroviaria, in fila alle macchinette per comprare il biglietto (che adesso si acquista tramite app, ma vabbé). Immaginate che una persona inizi a lamentarsi del fatto che il sistema per ottenere il biglietto sia troppo lento e racconti come più volte abbia rischiato di perdere il treno. La persona dietro di lui la sente, concorda e manifesta anche lui il suo disappunto. Piano piano tutta la fila si sente partecipe della discussione, racconta aneddoti sull’argomento e incontra il sostegno di chi invece è stato solitamente più fortunato.

Questi ultimi individui, infatti, si rendono conto che il fatto di non avere mai avuto grossi problemi con i treni potrebbe essere solo un caso. Magari, prima di ritrovarsi in quella fila, quella gente più “fortunata” non conosceva nemmeno quanto potesse essere difficile prendere il biglietto in tempo, e magari qualcuno di loro attribuiva il frequente ritardo di un collega pendolare alla pigrizia della persona stessa. Alla fine di tutto, quando ciascuno sarà sul proprio treno, può darsi che qualcuno di loro tornerà a casa arricchito.

Quello che accade nell’esempio della stazione, è che perfetti sconosciuti, appartenenti solitamente a due insiemi di persone diverse (il gruppo dei pendolari abituali e quello dei pendolari occasionali) si ritrovano a fare parte di uno stesso gruppo, non tanto quello più ovvio e oggettivo (il gruppo di “pendolari in fila per il biglietto”), ma piuttosto nell’insieme legato da un che di emotivo (“pendolari arrabbiati con il sistema dei biglietti”), che genera disagio nel singolo e che ora viene condiviso collettivamente.

Ora, un cambiamento culturale, che intacchi una convinzione radicata nelle nostre coscienze e condivisa nelle nostre cerchie abituali, è molto difficile da effettuarsi per via diretta, attraverso l’insegnamento frontale da parte di un esperto. Questo perché è importante comprendere quanto la questione coinvolga un gran numero di persone a noi vicine, e non solo quelle socialmente distanti da noi, e non è facile sentirsi alla pari con chi veste i panni dell’insegnante, gerarchicamente superiore a noi.

Come ho spiegato in occasione delle reazioni social all’attentato di Parigi, avere una vicinanza sociale con l’altro ci permette di empatizzare con lui, perché inconsapevolmente ci chiediamo: quanto è probabile che questo problema possa capitare a me? Più ci sono somiglianze tra le due culture, maggiore è la comprensione che si ha dell’estraneo al nostro gruppo. Questa è la chiave, per esempio, alla base della “Teoria del Contatto Sociale” (Allport, 1954): se conosco una persona del gruppo estraneo (outgroup) o qualcuno del mio gruppo (ingroup) che ha rapporti con un membro dell’outgroup, avrò meno pregiudizi sul gruppo diverso dal mio. In parole povere, sapere che un membro del mio gruppo frequenta quello di un altro, mi protegge dall’utilizzare il pregiudizio per interpretare l’estraneo.

Nella mia riflessione, trasporto la teoria di Allport, fatta di gruppi sociali (che sono insiemi di persone raggruppate sotto il medesimo aspetto) reali, cioè presenti nella vita di tutti i giorni, nei luoghi virtuali presenti su internet: se due gruppi diversi tra loro (nell’esempio di Kelly Oxford, il gruppo delle donne che hanno subito molestie e quelle che non le hanno subite) si ritrovano apparentemente per caso (in una situazione percepita come spontanea) all’interno dello stesso insieme di persone (quello delle donne vittime del pregiudizio che le rende disponibili e servili verso l’altro sesso) riescono a creare quel contatto necessario per comprendersi a vicenda.

pregiudizio

Il pregiudizio della “donna servile o provocante” cade, poiché chi ha subìto molestie trova nell’incontro con l’altro gruppo un supporto emotivo, eliminando il suo senso di colpa e, viceversa, il gruppo che non ha subìto molestie comprende quanto quelle donne non siano poi così diverse da loro, e il motivo per cui non hanno mai subìto una molestia prima d’ora non è da attribuire al fatto che si siano mostrate meno disponibili e provocanti verso l’altro sesso: è invece probabile che sia stato un caso fortuito il non avere incontrato uomini sessisti nella loro vita.

Lo stesso vale nello stigma della psicopatologia: il gruppo di chi soffre d’ansia incontra chi non ne soffre su un piano comune, quello dell’essere (nel caso di Mighty) ragazzi della stessa fascia d’età e appartenenti al mondo Occidentale. L’ansia è una patologia grave, ma spesso viene vista come una reazione a un semplice stress, nel quale tutti incorrono e a cui tutti riescono a reagire. Se qualcuno non riesce ad affrontarla, evidentemente non vuole farlo o non si impegna abbastanza. Spesso anche chi soffre d’ansia finisce con il rivedersi in questo stesso stigma, causando un senso di colpa molto pervasivo. Grazie all’incontro tra le due realtà, gli ansiosi potranno sfatare tale pregiudizio, mentre i coetanei non-ansiosi possono comprendere quanto la patologia sia grave e che persone come lui ne possano soffrire, innescando il “avrebbe potuto succedere anche a me”.

Immaginate la portata di questa empatia, di questo contatto sociale, nel momento in cui i gruppi hanno due caratteristiche importanti: nascono spontaneamente (come l’esempio della stazione) e comprendono un’enorme mole di membri, spesso protetti dall’anonimato o, in ogni caso, dall’assenza della presenza fisica di sé con gli altri.

Come fare la differenza

– Campagne progresso attraverso i “gruppi sociali reali”

Che tu sia un’azienda, il Ministero, un’associazione di volontariato o un singolo impegnato nel sociale, se hai intenzione di promuovere la cancellazione di un pregiudizio attraverso le pagine social, mi spiace sfatare questo mito: non serve a nulla creare mille contenuti creativi (video, foto, immagini) emotivamente toccanti e strappalacrime, se non facciamo sentire dentro il destinatario dello “spot” il senso di appartenenza.

Appartenenza a un gruppo sociale in comune tra i due o più gruppi che sono così distanti tra loro.

Se si vuole svolgere una campagna contro il fumo (e non è necessario essere il Ministero della Salute per farla, anche un singolo potrebbe essere interessato a far passare questo messaggio), non basta – e non serve sui grandi numeri – mostrare quanto il fumo sia dannoso: bisogna creare il senso di appartenenza ad un gruppo sociale reale.

Con il concetto di “gruppo sociale reale“, intendo definire quei gruppi ai quali apparteniamo nella realtà di tutti i giorni (status sociali di vario tipo, come l’essere donne, padri, studenti, ingegneri, americani, buddisti o biondi); non sto parlando dunque di gruppi che si creano specificatamente su internet, le cosiddette community.

La community è quell’insieme affiatato (?) di persone che seguono un progetto, un’idea o una persona e, di conseguenza, sono naturalmente spinte a interagire sulla piattaforma in cui la  community si trova a favore di essa.

Non sempre sentirsi parte di una community può modificare la cultura di massa. Anche se può succedere, come vedremo tra qualche riga. Nella community c’è sempre uno o più vertici, dei moderatori appena sotto di loro, e comunque una sorta di gerarchia anche molto basilare: TOT persone seguono il blogger/youtuber/webstar/progetto X. Nonostante ci siano interazioni tra quei TOT, e che possano anche nascere sottogruppi interni dove spicca qualche sotto-leader, X è il vero motore del gruppo, al vertice di esso, e senza X il gruppo TOT non esisterebbe.

Invece, il gruppo sociale reale permette di sentirsi coinvolti più direttamente, anche perché si appartiene a un agglomerato di persone che sono come te su quell’aspetto, ma diverse in altro, e ciò rende tutti gli elementi dell’insieme paritari. Le persone in coda per il biglietto del treno erano tutti accomunati dal proprio intento e dal malumore per il tempo perso. Anche se il primo contatto può partire da uno solo, spesso più autorevole e carismatico degli altri, l’effetto rimane paritario su tutti e il primo non viene riconosciuto come leader di quel gruppo.

Ma la cosa più importante del gruppo sociale reale, è nasce da un fattore emotivo.

Se si vuole passare il messaggio “non fumate”, una soluzione sarebbe far nascere una conversazione che riguarda un macro-insieme, che abbraccia i sotto-insiemi “fumatori” versus “non fumatori”. Ciò deve permettere all’utente di immedesimarsi con il gruppo non solo dei “non fumatori”, ma dei “non fumatori infastiditi da chi fuma”, o dei “non fumatori con esperienze di persone malate a causa del fumo”, o dei “non fumatori in seguito a patologie connesse al fumo”, eccetera. Solo così si attiva la componente emotiva che fa scattare il senso di appartenenza. Hashtag #DamnSmoke, #IHateSmoke, eccetera.

E questo senso di appartenenza, amplificato dalla grande diffusione delle piattaforme digitali, permetterà di gettare le basi per favorire il cambiamento culturale, ovvero l’approccio verso – nel nostro esempio – il fumo.

shy-depressione

Alessandro Masala, in arte Shooter Hates You, parla di Depressione a partire dalla sua personale esperienza

– Campagne progresso attraverso le community

La community, secondo la definizione già citata, è quell’insieme di persone che si ritrovano a seguire un progetto (di un singolo, di un’associazione, …). La community non coincide con l’intera cifra – spesso enorme – di follower, views, interazioni, eccetera, ma comprende quegli individui davvero affiliati alla causa, interessati al suo svolgimento, disposti a cercare attivamente informazioni al riguardo e persino sostenerla economicamente. Essi passano un considerevole quantitativo di tempo a interagire (unidirezionalmente) con il progetto, guardando video, leggendo post e articoli, osservando immagini e foto. Il membro della community può anche essere apparentemente passivo, non commentare o citare l’autore direttamente, ma comunque fruire dei suoi contenuti in maniera sistematica. Tale fruizione porta a una grande empatia verso chi sta operando al progetto, un’identificazione che può portare a un cambiamento significativo nel comportamento dell’utente. Quella stessa empatia che si forma frequentando questa o quella cerchia di amici reali, che porta i membri ad allinearsi con linguaggi, comportamenti e linee di pensiero comuni. (Disclaimer: non sto parlando di conformismo, parlo della naturale predisposizione cerebrale ad adeguarsi all’altro mentre lo si sta frequentando). Lo stesso accade con, ad esempio, uno youtuber, solo che in questo caso l’empatia è unidirezionale, gli utenti si adattano alla webstar, ma quest’ultima non modifica il suo comportamento verso di loro.

Come annunciato prima, non è sempre vero che una community non possa in alcun modo generare un cambiamento culturale nei suoi membri, ma il sistema non può essere univoco e direttivo: è necessaria una costruzione lenta ed elaborata, cresciuta all’interno della stessa community, di una cultura differente da quella di massa.

Un blogger, uno youtuber, una fondazione filantropica di un’azienda o un’associazione possono favorire la diminuzione del fumo attraverso l’esempio: raccontare storie personali legate ai fumatori, esprimere un’opinione riguardo al fumo anche in contesti non legati allo stesso e mostrarsi come persone non fumatrici è un modo che le persone fisiche (come blogger, youtuber e influencer in genere) hanno per passare questo messaggio, mentre aziende e associazioni che non sono direttamente coinvolte nella lotta contro il fumo, devono stabilire condotte legislative interne dedicate a tale idea, come il partecipare a conferenze sul fumo, sostenere politiche interne contro il fumo, eccetera, se vogliono attuare cambiamenti culturali al riguardo.

Tale metodo non può essere direttivo. Un gameplayer maschio che non si lascia sfuggire un commento volgare quando nel gioco ci sono dei personaggi femminili, senza volere trasmette un atteggiamento anti-misogino. Quando uno youtuber che solitamente parla di tutt’altro, fa un video dove palesa la sua opinione sulla malattia mentale, corredata di fatti personali, aiuta non solo chi è affetto dalla stessa psicopatologia a percepirsi come parte di un gruppo – e di conseguenza a sentirsi più forte -, ma permette a chi non ne fa parte di empatizzare con quella figura con la quale già si rispecchia negli altri suoi video.

Non pensate che ciò possa essere tradotto in realtà?
Guardate una qualsiasi live su Twitch di Karim Musa, in arte Yotobi, youtuber e gameplayer di grande fama in Italia, e vedete se gli è mai capitato di dire qualcosa di misogino. Guardate quanto è diversa la sua chatroom rispetto a quella degli altri gameplayer che si lasciano sfuggire commenti inappropriati sui personaggi femminili di un videogioco. In questo caso i follower, paganti o meno, di Yotobi sono tantissimi, quindi il potenziale impatto sulla cultura di massa è davvero enorme.
Oppure vi consiglio di guardare il video (a questo link) di Alessandro Masala, alias Shooter Hates You (abbreviato a Shy), in cui parla di depressione – quando normalmente tiene una rubrica molto seguita su Youtube in cui commenta le news del giorno chiamata Breaking Italy. Se siete arrivati fino a quel video, vuol dire che non siete semplici visitatori, ma dei veri e propri fan: siete usciti da Youtube e siete approdati sul suo sito, dove avete attivamente cercato i suoi contenuti inediti. In tale contesto di affiliazione, l’empatia dei fan è caricata al massimo, ed è pronta per rispecchiarsi in quello che Alessandro dice, con un impatto più contenuto nei numeri, ma sicuramente ben radicato.

Image result for genny mobility

La sedia “a rotelle” Genny Mobility, con il suo creatore Paolo Badano

Il pregiudizio non va abbattuto, va fatto scomparire

Come vedete, questo tipo di cambiamento culturale è lento, complesso e coglie soltanto le persone che seguono il personaggio o l’ente che vuole abbattere, volutamente o meno, un pregiudizio. E spesso è anche più duraturo. Ma rimane circoscritto, riservato a chi è dentro alla community, ed escludendo chi ne è fuori.

L’approccio al gruppo sociale reale, invece, garantirebbe un minimo di apertura del cerchio, dove nei suoi confini si trovano un numero potenzialmente infinito di persone. Il problema – non di poco conto – riguarda la diffusione: se non si incontrano gli interlocutori giusti e subito disponibili a contribuire, è difficile raggiungere, con il proprio messaggio, un gran numero di persone.

Proprio ieri, all’incontro #MeetSanofi con i changemaker che creano startup di aiuto al prossimo, spesso a partire da un problema personale, è stato illuminante il discorso di Paolo Badano, creatore di Gennymobility, una sedia a rotelle con tecnologia Segway. A partire da un bisogno personale, poiché dopo un incidente stradale è stato costretto a utilizzare la carrozzina, ha unito la sua passione per i motori e l’elettronica modificando la sua sedia a rotelle, per crearne una più efficiente.

Il suo discorso, parlando del fantastico design della sua Genny, è stato molto chiaro:

Il design è qualcosa che integra. Oggi parliamo di “inclusione”, io non mi chiamo più disabile, devo controllare ma adesso mi sembra che si dica “normabile”, perché c’è un gruppo di scienziati che continua a cambiarmi il nome ogni anno/anno e mezzo, cercando nel nome l’integrazione della mia disabilità. La realtà è che forse il design integra. A me spesso qua a Milano mi fermano dicendo “me la fai provare?”, e io dico “guarda, non posso alzarmi…”. In Parco Sempione mi han chiesto “Scusi, ma si affittano qua in giro?” e io dico “no, veramente è un prodotto per disabili…”. Ecco, forse solo pensarlo confinato a un prodotto per disabili è sbagliato. [..] Forse con un po’ di design riusciamo a far passare una sedia a rotelle per qualcosa che non è. E se la mia disabilità si vede un po’ meno, forse abbiamo creato l’integrazione.

Al di là del design, il suo discorso si allinea perfettamente con quello relativo ai social: se nessuno vede che c’è un problema, lo stigma scompare. Ed è grazie a chi, come Kelly Oxford, The Mighty, Yotobi, Shy e Paolo Badano, può raggiungere un gran numero di persone, che i pregiudizi possono non tanto essere combattuti duramente, quanto renderli invisibili agli occhi di tutti.

Annalisa Viola

Annunci

Informazioni su Annalisa Viola

Psicologa
Questa voce è stata pubblicata in Nuove Tecnologie, Psicologia di Genere e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...