Social Network e dipendenza: culla e rifugio delle nostre paure

Che cos’è la dipendenza da social network e come la si può superare? Ecco una riflessione psicologica che parte dalle metafore di culla piacevole e rifugio dai problemi reali, fino ad arrivare alla soluzione finale: un lungo e complesso lavoro di ricostruzione di se stessi.

Dipendenza dai social network

Le tecnologie odierne ci portano a livelli di passività fisica che non avremmo mai immaginato prima. Non solo i computer, ma anche le tecnologie che pervadono il nostro quotidiano, dal tostapane alle auto con cambio automatico, ci permettono di risparmiare energie fisiche costringendoci a sforzare quelle mentali.

Persino socializzare è diventato un atto passivo: basta iscriversi su una qualsiasi piattaforma social, e si viene catapultati in un mondo di interazioni fittissime e appassionanti, e il tutto stando comodamente seduti sul divano e muovendo solamente il pollice sul touchscreen dello smartphone.

La culla

Abbandonarsi alla comodità di certe tecnologie è fin troppo facile, e queste sono spesso create tatticamente per catturare la nostra attenzione e non farci uscire dalle loro piattaforme: basta seguire la conferenza F8 di Facebook, per capire come Mark Zuckerberg abbia intenzione di venirci a prendere in ogni angolino della nostra esistenza e rinchiuderci all’interno del suo social, senza farci mai sentire il bisogno di uscirne.

Questo news feed che scrolliamo in modo automatico davanti agli occhi, queste interazioni sociali con perfetti sconosciuti rispetto ai quali sentiamo di dover spiegare la nostra opinione, questo bisogno di mostrare al mondo (e a sé stessi) di avere una vita “positiva”, curando ogni proprio status e postando foto che testimonino che abbiamo amici, frequentiamo eventi, lavoriamo ecc. Insomma, queste caratteristiche di piattaforme social come Facebook sono così accattivanti e facilmente accessibili che ci permettono di evadere dal mondo sporco, brutto e cattivo che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno.

Facebook f8

L’immagine, mostrata alla conferenza F8 di Facebook, rappresenta quegli angoli di vita quotidiana che il social sta gradualmente invadendo

Ci finiamo dentro nei tempi vuoti della giornata, in cui la noia potrebbe prendere il sopravvento, e ci facciamo cullare dall’aspetto positivo di questo mondo virtuale: il dondolio di questa “culla” ci rilassa, tranquillizza, quasi ci ipnotizza. Senza volerlo, talvolta capita di non riuscirci a staccare, ci arrabbiamo quando cade la connessione, diamo più importanza a quanto succede lì dentro rispetto al fuori (rispondere al messaggio spesso ha la precedenza rispetto al guardare la strada prima di attraversarla).

Questo tipo di “culla” non è rappresentata solo dai social: possiamo dire che la televisione ha cullato le popolazioni occidentali per numerosi anni, seguita poi dall’avvento di cellulari, computer ed email, ma oggi le piattaforme social assolvono questo compito di “protezione” meglio di qualunque altro predecessore, grazie alle sue caratteristiche intrinseche in grado di catturare l’immediata attenzione degli utenti.

 Il rifugio

Nel momento in cui il social non è più uno strumento di lavoro, un modo per contattare i propri cari o un semplice intrattenimento nei momenti di noia, ecco diventa indispensabile per attraversare la nostra giornata: sentiamo il bisogno di affacciarci, anche per poco, nella piattaforma. Non farlo sarebbe come non guardare il telegiornale: potremmo perderci qualche notizia importante del mondo o dei nostri amici. Non solo, ma le persone potrebbero non sentire che siamo presenti, che siamo vivi, se non aggiorniamo il nostro status dichiarando apertamente di esistere e valere in un mondo di profili anonimi e mal curati.

È in quel momento, e non prima (quando questo bisogno non c’era, quando ci piaceva semplicemente farci “cullare”), che Facebook, come gli altri social, diventano un rifugio: come i bambini che, in un momento di disagio, rendendosi conto che il mondo esterno non è controllabile, si costruiscono una tana di cuscini e coperte e vi si rifugiano all’interno. In quel luogo ci si sente protetti, anche se in modo consapevolmente irrealistico: la realtà là fuori non verrà annullata dal nostro nasconderci.

Ma, mentre da bambini prima o poi era necessario uscire dal rifugio, anche solo per mangiare o giocare, le piattaforme come Facebook ci forniscono gran parte dell’intrattenimento di cui necessitiamo, e potenzialmente potremmo non sentire mai più il bisogno di uscirne: anche mentre mangiamo possiamo rimanere collegati al social.

Perché queste metafore infantili?

Il motivo per cui ho scelto di paragonare i social prima a una culla e poi a un rifugio non è casuale: rappresentano le due fasi della dipendenza.

– La culla fa stare bene in modo passivo, è un luogo in cui lasciarsi cullare: non ne avevi davvero bisogno, ma una volta che sei stato cullato ti è piaciuto e hai lasciato che ti cullasse.
– Il rifugio è il momento in cui attivamente si cerca di rivivere la sensazione positiva della culla, sentendo il bisogno di nascondersi dalla realtà negativa e impegnativa, però non c’è più nessuno a cullarti: ormai sei grande e devi imparare ad affrontare la vita da solo, e all’inizio questa responsabilità fa paura.

Il motivo per cui le metafore scelte sono proprio infantili rappresenta il retrocedere della persona dipendente a schemi cognitivi estremamente semplici e binari, tipici dell’infanzia, rispetto a quelli complessi che sono consoni alla loro età (qualsiasi essa sia).

Ora, la questione è semplice: se in media le persone che hanno un account social ci passano dalle 2 alle 3 ore al giorno, evidentemente ci trovano qualcosa di piacevole che le porta a starci: quella è la culla.

Non tutti, però, in seguito all’esperienza della culla ricercano quel bisogno appagante espressamente perché hanno bisogno di nascondersi da qualcosa. Non tutti noi utenti dei social siamo dipendenti da essi, ma ci passiamo comunque buona parte della giornata.

Senza fare metafore con le dipendenze da droghe, vorrei fare un esempio che è più vicino alla media della popolazione occidentale: pensate al dolce. Non ci serve per assolvere funzioni vitali, ma lo mangiamo perché ci piace. Molti si fermano lì: qualche volta magari ne mangeranno troppo, altre avranno un forte desiderio che li spingerà a cercarne un po’ da mangiare, ma in generale sopravvivono senza mangiarlo, nel caso non ce ne fosse.
Il dolce è la culla, non ne ho bisogno ma mi fa stare bene, quindi se c’è, ne approfitto.

Nel momento in cui c’è un qualche disagio emotivo, sociale, o di altro genere, capita che il dolce, che di solito ci dona un piccolo piacere nonostante le avversità del mondo esterno, si presenti come una buona alternativa per sfuggire temporaneamente dagli eventi. Se sono triste e inizio ad associare – inconsapevolmente – lo stare meglio (e non solo “bene” come prima) al mangiare un dolce, ecco che ne vorrò sempre di più, perché me ne servirà molto per riempire il vuoto emotivo che sto provando. Questo meccanismo cognitivo si trasforma pian piano in un rifugio: finché mangio qualcosa che mi fa stare bene, neutralizzo il negativo che c’è attorno a me o, almeno, mi illudo di neutralizzarlo.
In verità mi sto soltanto nascondendo dalla realtà.

Il problema, tuttavia, è appunto il fatto che evadere dalla realtà non muta quella stessa realtà: procrastina, deresponsabilizza, non fa sperimentare il fallimento e quindi un domani questo farà ancora più paura di prima.

Il rifugio sociale

La dipendenza dai social è molto più subdola di quella che si può avere col cibo, perché quest’ultimo lascia delle tracce evidenti sul corpo del proprio problema. Il social, invece, sta diventando sempre più socialmente accettato: oggi è normale curare il proprio profilo, aggiornarlo con dettagli personali e mostrare di avere un punto di vista personale in ciò che accade nel mondo. Anzi, come scrive Morozov nei suoi articoli citati in “Silicon Valley, i signori del silicio”, chi non sta a questo gioco “virtuale” è considerato come uno che ha qualcosa da nascondere.

Sei fidanzato e non hai messo lo stato “in relazione con…” su Facebook? Evidentemente non vuoi far sapere in giro della tua relazione, forse perché hai un amante, oppure perché ti vergogni del tuo partner.

Il sistema stesso, quindi, porta a curare i contenuti che inserisci nelle tue pagine. E a fartelo anche piacere.

Non voglio entrare nel merito della rilevanza politica di questo sistema, cosa che meriterebbe un discorso a parte molto più approfondito. Mi voglio invece concentrare sull’aspetto psicologico del singolo che non solo viene cullato dal social, ma che lo utilizza come rifugio per sfuggire dalla realtà.

Sconfiggere la dipendenza con la consapevolezza del rifugio

Tutte queste metafore vogliono essere un aggancio per quelle persone che si riconoscono nella metafora del rifugio: bravi, riconoscere di starvi proteggendo inconsapevolmente da qualcosa vi aiuterà a capire quale sia il vero problema che vi attanaglia, e vi permetterà di affrontarlo.

E non pensate di esserne fuori soltanto perché il vostro funzionamento sociale non è stato – ancora – intaccato: la dipendenza non è una malattia “tutto o nulla”, che è presente o assente, ma possiede una gradazione d’intensità che va da più a meno grave, e la persona può oscillare da un’intensità all’altra in diversi momenti della propria vita.

Tutti coloro che si trovano bene nella culla sono, potenzialmente, a pericolo di dipendenza.

Se vi accorgete di passare troppo tempo all’interno dei social, di dare la precedenza ad esso rispetto alle piccole cose quotidiane, se è la prima cosa che guardate al mattino e l’ultima prima di addormentarvi, allora potreste essere a rischio dipendenza.

Prima di cadere in un rapporto “malato” con lo strumento social, cercate di capire perché vi siete chiusi nel vostro magico mondo virtuale: è un periodo stressante? Il silenzio vi angoscia? Se vi trovaste da soli a pensare, pensereste a qualcosa di brutto? Vi sentite svalutati nella vita quotidiana? Non vi sentite efficaci nelle cose che fate? C’è qualcuno o qualcosa che nel quotidiano vi fa stare male?

Per capire se ricadete nella categoria “a rischio”, pensate a come vi sentite nel momento in cui staccate gli occhi dallo schermo dello smartphone. Se il vostro è un sentimento negativo, forse vi stavate rintanando nel vostro rifugio. Basta rendersi conto che è solo questo: un rifugio. Non cambia di una virgola il vostro sentimento negativo, lo copre soltanto per quel breve periodo in cui vi state nascondendo, ma poi ritorna. Ritorna sempre. E va affrontato.

Riconoscere che il problema non è tanto la dipendenza dal social, ma il sentimento negativo che questo copre, non fornisce la soluzione al rapporto patologico con la piattaforma, ma è l’inizio di un lavoro lungo e complesso, che potrebbe portare esso stesso a cercare un’altra (o la stessa) forma di dipendenza.

Questo lavoro implica una comprensione profonda del problema reale, una ricostruzione delle proprie abitudini senza il social al quale si è dipendenti, e il trovare una soluzione a quel particolare sentimento negativo che porta a rifugiarsi. Spesso, questo lavoro è fattibile anche da soli, ma nei casi più gravi può essere il caso di contattare un professionista.

L’ideale, alla fine di questo lavoro su se stessi, è quello di arrivare ad utilizzare il social sfruttandone le grandi potenzialità in termini socializzazione, informazione e conoscenza, e perché no d’intrattenimento, facendosi cullare quel tanto che basta per stare bene, senza arrivare mai a sentirne il bisogno, ma vivendo bene lo stesso anche quando il social non c’è.

Annalisa Viola

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Informazioni su Annalisa Viola

Psicologa
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