Sex Robot: quando il sesso divide la comunità scientifica

Nonostante il sesso sia un tema molto in voga e “acchiappa-click”, le tematiche legate alla sessualità sono in realtà molto complesse e delicate.

Se nella questione “sessualità”, che solitamente riguarda gli individui, aggiungiamo la presenza di un robot (a sua volta portatore di dinamiche psicologiche complesse), l’argomentazione si fa tutt’altro che semplice.

Ho provato a sciogliere i dubbi etici che la scienza si è posta riguardo i Sex robot, suddividendo l’argomentazione in tre punti chiave: violenza, prostituzione e parafilie.

I Sex Robot sono degli oggetti sessuali che riproducono fedelmente uomini e donne nelle loro fattezze estetiche. L’unica cosa che li distingue dalle bambole gonfiabili è che sono dotati di intelligenza artificiale. Sono quindi in grado di rispondere in modo coerente alle richieste dell’utente assecondando ogni suo desiderio sessuale.

L’avvento dei Sex Robot nell’industria cibernetica ha diviso la comunità scientifica: qualcuno li vede come semplici prodotti di un mercato destinato a pochi e senza ripercussioni sulla comunità; altri, come il CEO di Intelligent Toys David Levy, ne hanno esaltato il potenziale nel risolvere problemi che riguardano la sessualità come prostituzione e pedofilia; infine, altri ancora hanno previsto catastrofiche degenerazioni sulla nostra società.

Tra questi ultimi trapela la ricercatrice di etica robotica Kathleen Richardson, che ha lanciato una campagna contro i Sex Robot, dove sostiene che gli androidi sessuali hanno un impatto eticamente negativo sull’uomo. Infatti, gli uomini verrebbero rinforzati nelle loro azioni di violenza e parafilia, grazie alla possibilità di “sperimentare” tali comportamenti sul Sex Robot.

Inoltre, la stessa creazione di “fembot”, cioè androidi dall’aspetto femminile, rafforzerebbe gli stereotipi di genere legati alle donne, anche quando non sono state create dichiaratamente per fini sessuali.

“Sostengo che la prostituzione non sia un’attività ordinaria e che sia collegata all’abilità di usare le persone come degli oggetti, e questo è il motivo per cui, tra i sostenitori dei sex robot, è così frequente il parallelo tra questi e la prostituzione” (dall’abstract della Campagna contro i Sex robot, di K. Richardson)

Contro la Richardson, molti giornali e opinionisti hanno snobbato la campagna, trovando delle analogie tra questa e il luddismo. Pur non essendo concorde con quanto affermato dalla studiosa bisogna riconoscere che il tema non è banale e merita di essere trattato in modo dettagliato.

Per tale ragione ho deciso di approfondire dal punto di vista psicologico le conseguenze che i Sex Robot avrebbero sulle relazioni umane, suddividendo l’argomento in tre parti su cui Richardson e tanti altri studiosi si sono soffermati più o meno direttamente: la violenza, la prostituzione e le parafilie.

Al termine dei tre punti, mostrerò come il problema sia per lo più etico, e come possa essere risolto attraverso un’educazione volta a favorire l’evoluzione della nostra cultura sessuale.

Sex Robot e violenza sessuale

La violenza sessuale è una delle problematiche più gravi che riguardano il sesso, e colpisce persone in posizione di inferiorità fisica o mentale che non possiedono, quindi, gli strumenti per difendersene.

Secondo i dati più recenti, sono 652 mila le donne che hanno subìto stupri e 746 mila le vittime di tentati stupri nella loro vita, il 10.6 % delle quali ne è stata vittima prima dei 16 anni. Ma le vittime non riguardano solo le donne, ma tutte quelle persone che possono trovarsi in una condizione di “inferiorità” fisica, psicologica o sociale.

I robot potrebbero aggiungersi a queste vittime?
Tralasciando la violenza meramente fisica verso i robot, di cui ho parlato in questo articolo, riguardo alla violenza sessuale l’azienda giapponese SoftBank ha dichiarato che Pepper, la fembot che svolge la funzione di companion (robot “da compagnia”) soprattutto per utenti anziani, non assolverà mai dei compiti sessuali per i suoi utenti. Quindi, la SoftBank non ammetterà alcuna modifica del software o dell’umanoide stesso per tali scopi, anche se svolta privatamente.

Se, da un lato, questa azione manifesta il comprensibile desiderio della SoftBank di far attenere Pepper ai suoi scopi di costruzione, quello che fa sorridere è che si tratta di un robot da compagnia, che va a operare nell’intimità della casa dell’utente interagendo con lui soprattutto a livello emotivo, anche grazie a una mimica e una gestualità molto fini. Perché escludere il sesso da questa “compagnia”? Non è forse un aspetto della vita degli utenti, come lo sono il nutrirsi e il dormire? È davvero necessario “proteggere” la fembot in quanto portatrice di fattezze vagamente femminili (ma non certo attraenti come quelle delle Geminoid, robot che riproducono fedelmente delle persone davvero esistenti)?

La roboticizzazione del consenso
Secondo la conferenza We Robot, la creazione di robot il cui unico scopo è quello di fare sesso con gli utenti eroderebbe il concetto di rapporto consensuale, disumanizzando la sessualità. Infatti, rafforzando il cosiddetto “mito dello stupro” (quella credenza secondo cui la donna prova piacere dall’essere stuprata) l’interazione sessuale “stabile” con un Sex Robot farebbe perdere all’uomo la capacità di identificazione nella donna reale, che non acconsentirebbe alle pratiche antisociali dell’uomo.

In parole povere, secondo gli studiosi, le Sex robot promuoverebbero lo stupro, poiché l’uomo, abituato a “violentare” il robot, pretenderà poi di fare la stessa cosa con le donne vere. Tuttavia, questo potrebbe essere vero se il robot opponesse in qualche modo resistenza all’abuso sessuale, ma nel caso in cui il Sex robot si mostri “consenziente” e assecondi il proprietario (perché è stato progettato per farlo), l’uomo non innescherebbe alcuna dinamica di “violenza”, ma di mero rapporto sessuale con un oggetto simil-umano.

Una persona che fa sesso con Pepper, fembot non programmata per soddisfare bisogni di questo tipo, sta “violentando” il robot?
Può darsi, soprattutto se questa tenti di ribellarsi in qualche modo a tali azioni. Ma nel momento in cui il robot viene progettato proprio per scopi sessuali, forse non avrebbe più senso considerarla una “vittima”, perché “acconsente” a fare sesso con il suo “acquirente”.

Queste Geminoidi rappresentano delle famose pornostar

Sex  Robot e prostituzione

Il Sex robot, progettato con il solo scopo di soddisfare i bisogni sessuali del proprio acquirente, è assimilabile alle persone reali che svolgono questo compito in cambio di denaro: i professionisti del sesso (sex worker), meglio noti come prostituti/e.

Il Sex robot è dunque un sex worker?
, perché viene pagato (ancor peggio, “acquistato”) per svolgere funzioni sessuali.

Ma i sex worker sono come i Sex robot?
Secondo David Levy, CEO dell’Intelligent Toys Ltd (un’azienda di giocattoli dotati di intelligenza artificiale), . Nel suo libro “Love and Sex with robots“, infatti, Levy sostiene che il robot sessuale non è altro che un surrogato della prostituta che gradualmente porterà a “rimpiazzare” la prostituzione stessa a favore della robotica.

Il problema principale della prostituzione è che, nella maggioranza dei casi (90%), i “lavoratori sessuali” vengono costretti a prostituirsi da un “protettore”, soprattutto in giovane età (il 75% ha tra i 13 e i 25 anni). Siccome la prostituzione viene vietata quasi in tutti gli Stati, si manifesta un alto tasso di violenze dovute alla mancanza di protezione statale nei confronti dei sex worker. Infine, un altro grande pericolo per prostituti e clienti è quello della trasmissione di malattie sessuali (come l’AIDS), che aumenta di probabilità solo in virtù del grande numero di rapporti sessuali promiscui che vengono svolti dai sex worker.

Se, come prevede il “luminario” Levy, la prostituzione avrà una drastica diminuzione grazie all’avvento dei Sex robot, tutti questi problemi (traffico di corpi, violenza sessuale, malattie veneree) troverebbero, in effetti, una soluzione definitiva. Il robot sarà così simile all’uomo da rendere inutile il rivolgersi ad un sex worker per provvedere ai propri bisogni sessuali.

Non solo, ma sarà necessaria anche una certa duttilità del robot, che deve avere in sé la possibilità di potersi modificare esteticamente anche in modo radicale per soddisfare l’ulteriore bisogno di fare sesso con una varietà di simil-persone dalle caratteristiche più varie.

Nell’eterna sostituzione della macchina all’uomo, anche il mestiere della prostituzione potrà essere rimpiazzato dai robot.

Dello stesso avviso sono gli studiosi Yeoman e Mars, che hanno ipotizzato che in futuro potremo accedere a interi bordelli in cui lavoreranno soltanto Sex robot che balleranno, flirteranno e faranno sesso a pagamento con i clienti.

A mio parere, se quest’eclissi della prostituzione umana sembra davvero auspicabile, la mancanza di “umanità” potrebbe essere il punto debole di questa prospettiva. Bisogna capire a fondo cosa cerchino i clienti nella prostituzione: se la risposta è un mero rapporto sessuale, non si spiega come mai non possano provvedere da soli a questo bisogno.

Forse è proprio il rapporto umano che, scarseggiando in alcune persone per svariati motivi, vuole essere acquistato. Mentre gli studiosi come la Richardson si soffermano sulle parafilie del cliente, che secondo loro può mettere in atto soltanto con del sesso a pagamento, ben pochi hanno pensato che probabilmente una persona diventa “cliente di prostituti/e” perché non riesce più a soddisfare la sua pulsione sessuale da solo, anche utilizzando materiale audio-visivo come la pornografia e/o sex-toy, e non vede altra soluzione che pagare per ottenere del sesso “vero” con qualcuno.

In quest’ultimo caso, il Sex robot si troverebbe semplicemente a metà strada tra il sex-toy e la prostituzione, senza modificare nulla in questi due fronti, come appare chiaro nell’immagine.

Sexbot img.png

“The Solo Sex Chain” – Il Sex Robot si pone temporalmente tra l’utilizzo del sex-toy e il rapporto con un sex worker

Sex Robot e parafilie

È il ritenere che tutti i clienti delle prostitute (o dei Sex robot) siano parafiliaci, antisociali e misogini, il vero problema culturale. Nel rapporto sui Sex robot sopracitato, si definisce chiaramente che:

Le dichiarazioni fatte dai fanatici dei Sex Robot presentano motivazioni antisociali e misogene altamente indicative. Il loro entusiasmo sembra derivare dal desiderio di avere un partner sessuale che non possa mai sfidarli, rimanendo sottomesso e controllabile. (We Robot conference, p. 8) 

Leggendo questo rapporto, si ha l’idea che tutti gli uomini che possano essere interessati a pagare per il sesso siano sadici e senza rispetto per il partner, e che tale atteggiamento possa essere sfogato soltanto dietro dovuto pagamento.

In realtà, come esiste il “sadismo” esiste anche il masochismo, e i soggetti con questi tipi di preferenze sessuali (che nel Manuale Diagnostico e Statistico DSM-5 vengono considerate “parafilie”) in molti casi creano delle vere e proprie sottoculture, organizzando incontri attraverso specifiche piattaforme web. Gli utenti di questi siti non pagano né vengono pagati per fare sesso, ma si incontrano perché accomunati da una preferenza sessuale che sarebbe difficile scovare in modo più aperto.

Se un “sadico”, prima di contattare qualcuno attraverso il web, con tutti i costi sociali che comporta (essere scoperti, diffidare dell’estraneo, rischiare malattie veneree, ecc.), decidesse di attuare la propria preferenza sessuale (o parafilia che dir si voglia) con un Sex robot, probabilmente lo utilizzerà fin quando quel surrogato riuscirà a soddisfare tale desiderio, magari sperimentando che quella sua fantasia non era una vera preferenza che attuerebbe su qualcuno. Il Sex robot potrebbe essere utile nella sperimentazione delle proprie inclinazioni sessuali, per prendere la decisione ultima di contattare qualcuno in carne e ossa incline alle proprie preferenze.

Essere sessualmente sadici non significa struprare: il Sex robot, “settato” su una preferenza sessuale masochistica, diventa il surrogato del partner masochista consenziente.

Sex robot bambini
Argomentazione spinosa è invece quella che riguarda la pedofilia, una parafilia dove il minore, visto come oggetto sessuale, non può in nessun caso essere considerato consenziente.

Creare Sex robot bambini non creerebbe un danno ai minori in sé, e forse il poter “sfogare” questa pulsione sessuale su bambini non-umani può essere vantaggioso per le potenziali vittime. Alcuni studiosi sostengono persino che tali robot potrebbero avere un valore terapeutico e potrebbero essere utilizzati dagli psicologi per trattare le persone con tale parafilia.

Tuttavia, in questo caso il Sex robot non sarebbe assolutamente un surrogato di bambino consenziente. Ed è qui il problema, a cui non è stata ancora trovata una chiara soluzione. Forse varrebbe la pena creare una campagna sui Sex robot bambini, anziché sugli androidi sessuali “adulti”.

Il vero problema è culturale

Come tutte le creazioni dell’uomo, anche i Sex robot risentono delle ideologie dei loro costruttori e ideatori. Il modo in cui questi giudicano violenza, prostituzione e parafilia è rilevabile attraverso il robot costruito: se l’ingegnere pensa che il cliente dei Sex robot sia un tipo sadico, creerà un’intelligenza artificiale con un “carattere” sottomesso.

Gli stessi Geminoidi, robot che vogliono riprodurre fedelmente un altro essere umano (come il Leonardo da Vinci venuto al Museo di Scienza e Tecnologia di Milano), anche se non hanno finalità sessuali, mostrano spesso l’influenza degli stereotipi dei loro costruttori, come accade con alcune fem-bot, robot “femmine” con voce civettuola e vestite con minigonne e tacchi a spillo (come mostrato nel video qui sopra).

Alcuni di questi robot sono stati costruiti appositamente per il loro bell’aspetto e, mentre l’intento iniziale era quello di crearle per assistere i clienti come receptionist, guide museali e assistenza agli anziani, alcune di loro sono finite per essere immesse nel mercato dell’industria sessuale, come è avvenuto a Project Aiko, fem-bot creata dal canadese Le Trung.

Ritengo dunque importante rafforzare, attraverso interventi educativi attuati fin dalla tenera età, l’educazione sessuale non soltanto in termini biologici e di prevenzione di malattie e gravidanze indesiderate, ma anche in merito alle questioni di genere, preferenze sessuali e parafilie, in modo da costruire una nuova cultura, volta non già all’integrazione, ma all’accettazione del “diverso”, quale che sia la natura di quest’ultimo.

I Sex robot non sono solo “femmine”

Una questione di etica
La nuova etica dovrà scoraggiare fin da piccoli le rigide divisioni di genere o preferenze sessuali, impedendo la formazione di stereotipi e pregiudizi, e permettendo a chiunque di esprimere e soddisfare i propri bisogni entro i limiti legislativi, senza percepire il peso del giudizio altrui.

Solo così non vi saranno casi di ingegneri che progettino intelligenze artificiali eccessivamente stereotipate in qualche aspetto, né saranno necessarie delle campagne contro i robot sessuali solo perché sono progettati per quel bisogno e non per altri più “eticamente accettabili”.

L’etica è in continua evoluzione, e bisogna accettare che quello che sembrava sbagliato ieri potrebbe diventare eticamente corretto domani. Non è frutto di pochi “luminari”, ma viene co-costruita dall’intera società, anche grazie all’innovazione scientifico-tecnologica e alla connessione tra culture, che istillano sempre nuovi dubbi etici su cui ragionare.

Prospettive future
… Che poi, alla fine, non è nemmeno detto che i Sex robot attecchiranno sul mercato dell’industria sessuale: molte nuove realtà tecnologiche (come la Virtual Reality e i Wearable) stanno procedendo parallelamente ai robot, e prima o poi una realtà soppianterà l’altra. Ma questa è un’altra storia.

Annalisa Viola

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Psicologa
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2 risposte a Sex Robot: quando il sesso divide la comunità scientifica

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