Perché proviamo empatia verso i robot umanoidi?

Un recentissimo studio di Suzuki e colleghi ha scoperto che proviamo empatia per i robot nell’esperienza di dolore. Si tratta di un processo inconsapevole che apre molte domande sull’interazione tra uomo e macchina.

Robear il robot infermiere

Robear è un robot-infermiere che solleva il paziente disabile o anziano dal letto per metterlo sulla sedia a rotelle e viceversa. Come non essere empatici con lui?

Quando guardiamo una persona farsi male, tendiamo a percepire un senso di “fastidio”, più o meno consapevole a seconda dei casi. Questo deriva dal nostro “circuito dell’empatia”, che permette di elaborare le informazioni emotive attraverso due modi: uno “Top-down“, che parte dal cervello per trasmettere la sensazione al corpo, permettendoci di capire come gli altri si sentano; e uno “Bottom-up“, che procede nel senso inverso e consiste in un percorso viscerale e inconsapevole, che provoca quel “fastidio” di cui parlavo. Tale circuito, detto dei Neuroni specchio, è stato scoperto dall’ormai noto team di Rizzolatti negli anni Novanta.

La loro scoperta è risultata cruciale nel campo della psicologia e delle neuroscienze per studiare le caratteristiche dell’empatia umana verso gli altri esseri umani.
Leonardo Fogassi, uno degli scopritori dai neuroni specchio e mio relatore di tesi ai tempi dell’Università (lui non si ricorderà mai di me, ma io ne vado fiera comunque ❤ ), per spiegarmi la tipicità umana di questa scoperta, ricordo che una volta mi disse:

“Quando vediamo una persona correre, nel nostro cervello si attivano quei neuroni della corteccia motoria che noi utilizzeremmo per compiere la stessa azione, anche se opportunamente inibiti. Ma se quello che vediamo correre è invece un cavallo, noi non abbiamo alcuna attivazione, perché non potremmo mai compiere il suo movimento”.

(Tralasciamo il fatto che mi disse questa frase solo perché nella mia tesi triennale sul Gioco d’Azzardo Patologico volevo scrivere l’ipotesi assurda per cui i gambler diventano dipendenti dalle scommesse sportive perché si attivano i neuroni specchio guardando giocatori/cavalli/auto/moto, mentre lui giustamente mi spiegava che non avevo capito una beata fava dell’argomento. Ma ero giovane e ingenua, e lui troppo buono per dirmi semplicemente “rileggiti il libro da 2000 pagine che dovevi aver studiato per l’esame”.)

Ma cosa succede se invece del cavallo vedessimo il movimento di un robot?

L’esperimento di Suzuki et al.
Più che del movimento, Suzuki e colleghi si sono occupati della percezione empatica del dolore. Hanno mostrato ai loro soggetti un’immagine in cui veniva mostrata una mano (umana o robot) che stava per essere tagliata da una forbice o un coltello.

L'immagine usata nella ricerca

L’immagine usata nella ricerca di Suzuki et al.

Utilizzando un elettroencefalogramma (EEG), hanno quindi dimostrato che i soggetti, nonostante non percepissero consapevolmente un senso di empatia data dal processo Top-down dei neuroni specchio, presentavano comunque un’attivazione neurale di tipo Bottom-up, cioè inconsapevole e viscerale. Quel senso di “fastidio”, che non è stato giustificato oralmente dai soggetti, ci permette di affermare che l’essere umano riesce a empatizzare con i robot.

cell tagliato.png

Cosa implica questo risultato?
Innanzitutto, bisogna evidenziare l’aspetto umanoide della mano robotica. Se al suo posto avessimo messo un cellulare, probabilmente non avremmo provato tanta empatia (forse il senso di “fastidio” sarebbe risultato dalla consapevolezza del costo del telefono, ma non avremmo provato empatia per il suo “dolore”). Questo si allinea e allarga il concetto del sopracitato Fogassi: percepiamo empaticamente non tanto ciò che è “umano”, ma ciò che risulta “umanoide”. Probabilmente, se invece di quella robotica si fosse rappresentata una mano di un pupazzo di stoffa (ovviamente una mano simile alla nostra), Suzuki e colleghi avrebbero avuto gli stessi risultati.

Basta essere umanoidi per essere percepiti empaticamente.

Provare empatia verso un robot umanoide permettere di insegnare a mettersi nei panni dell’altro a quelle persone che hanno il circuito dei neuroni specchio in qualche modo deficitario, come ad esempio nei disturbi dello spettro autistico. Tuttavia, apre innumerevoli controversie etiche nel campo dell’utilizzo dei robot umanoidi: come trattare eticamente (e legalmente) le violenze fisiche e/o sessuali rivolte a un robot di forma umanoide? 

Bambini che picchiano i robot
Oltre al recente caso, in Giappone, dell’uomo ubriaco è stato arrestato per aver dato un calcio al robot Pepper dell’Aldebaran Robotics, che non è detto l’abbia fatto per l’aspetto umanoide del robot (anzi, in realtà ce l’aveva con un commerciante in carne e ossa), un recente studio ha mostrato come alcuni bambini siano violenti nei confronti dei robot umanoidi. Intervistando i piccoli “bulli”, Nomura, Kanda e Yamada hanno scoperto che i bambini avevano tre motivazioni: curiosità, divertimento e incoraggiamento da parte dei pari. Questi si comportavano violentemente anche se il robot mostrava un atteggiamento di sofferenza, riconosciuto da più della metà degli intervistati (52%).

Guardando questi risultati, gli autori della ricerca si sono chiesti se questo atteggiamento violento fosse il risultato di una mancanza di empatia da parte dei bambini (perché percepivano il robot come un oggetto) o di eccessiva empatia (il robot dall’aspetto “umanoide” viene trattato come una persona), e il riscontro dato dalla ricerca di Suzuki e colleghi ci spinge a pensare che si tratti della seconda opzione.

Se è vero quello che ho spiegato la scorsa settimana sulla Media Equation, cioè che di fronte ad una situazione ambigua l’uomo tenda ad applicare le regole intercomunicative umane anche verso oggetti come il loro computer, viene naturale pensare che più l’aspetto dell’interlocutore è umanoide e maggiore risulta elevata questa tendenza.

Come ci ha spiegato Andrea Bonarini, di fronte alla replica “scadente” dell’uomo formato robot, le persone tendono a essere diffidenti, perché si sentono in qualche modo “ingannate”: quello che sembra un uomo in realtà non lo è. E, infondo, ciò non è altro che la diretta conseguenza dell’Equazione Mediatica di Reeves e Nass: si tratta con diffidenza l'”altro” perché questo non sta pienamente rispettando le regole sociali della comunicazione (risponde dopo un lasso di tempo eccessivo, non guarda negli occhi mentre parla, fornisce troppe informazioni, ecc.).

Per queste ragioni, l’attivazione del circuito dei neuroni specchio ci permette di essere empatici con l’altro e comprendere a fondo il movimento o le sensazioni (per esempio di dolore) che prova e, nel momento in cui ci si trova di fronte a un’ambiguità, si reagisce sfoderando le nostre regole sociali che solitamente utilizziamo con i nostri simili.

Perché quei bambini hanno picchiato l’umanoide?
Perché di fronte a un vero bambino che si fosse comportato come quel robot (non esibendo una comunicazione efficace) avrebbero fatto lo stesso. Gli adulti non lo picchiano (non in pubblico e non da sobri, almeno) perché le loro regole sociali sono più sviluppate e, di fronte a un simile che non esibisce una comunicazione ottimale, hanno imparato a comportarsi in modo non-violento, per esempio rispondendo verbalmente o lasciando perdere l’elemento disturbante, spesso attribuendogli qualche problema psicologico o cognitivo.

Empatia Robot neuroni specchio

Ecco perché i bambini hanno picchiato il robot

E i robot non-umanoidi?
Infine, sarebbe bello sapere se con i robot non-umanoidi ma che mostrano delle emozioni attraverso linguaggio non-verbale (come ci ha spiegato sempre il prof. Andrea Bonarini nell’intervista) fosse possibile attivare il circuito dei neuroni specchio, magari dopo un allenamento della persona al riconoscimento emotivo del robot. Se questo fosse vero, probabilmente saremmo in grado di educare il nostro circuito specchio in modo da allargare il nostro “span” di empatia, abbracciando (empaticamente) anche figure molto diverse da quella umanoide. Non solo: le questioni etiche, in questo caso, si estenderebbero persino alla nostra “tecno-aspirapolvere”.

Annalisa Viola

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Informazioni su Annalisa Viola

Psicologa
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