Perché ci ha colpito di più la tragedia a Parigi che non quella nel Beirut?

Perché “piangiamo solo le città di cui abbiamo un souvenir attaccato sul frigo”, come si è chiesto Maurizio Crozza al programma Dimartedì su La7? Ecco cinque motivi psicologici.

crozza

La copertina di Crozza su Dimartedì (La7) del 19 Novembre

L’attentato avvenuto a Parigi il 13 Novembre ha commosso tutto il mondo Occidentale. Ma c’è chi – giustamente – si è chiesto come mai non piangiamo i morti degli altri recenti attentati, come quello avvenuto due giorni prima in Beirut. Tra tutti coloro che hanno pensato che questo atteggiamento fosse “classista” (se non perfino razzista), troviamo Maurizio Crozza, comico italiano che si è chiesto quanto debbano essere vicine a noi le tragedie per farci provare solidarietà.

La domanda non è sciocca, ma pochi si stanno soffermando a ragionare sulla risposta. Molti rispondono che il problema è la nostra insensibilità a ciò che è distante, mentre chi non si scandalizza di questa “preferenza”, che vede Parigi più importante del Beirut, ribatte che sono molte di più le connessioni relazionali che ciascuno di noi ha con Parigi e la Francia, rispetto agli altri luoghi della terra.

Nessuno ha davvero torto, ma prese isolatamente queste risposte non sono affatto esaustive.

Cinque motivi per cui ci ha colpito più Parigi che il Beirut
Da psicologa, mi sono chiesta cosa sia passato nella mente delle persone non implicate dopo i due attentati (ce ne sono stati molti altri, ma negli ultimi giorni si insiste su Parigi e Beirut perché avvenuti a un solo giorno di distanza l’un l’altro). Tralasciando chi ha perso davvero qualcuno nell’una o nell’altra situazione, ho delineato cinque punti per cui tutti noi Occidentali ci siamo sentiti più coinvolti quando la tragedia è avvenuta più vicino ai nostri Stati.

  1. Parigi è vicina: geograficamente.
    Molti studi svolti in seguito all’attentato alle Torri Gemelle dell’11 Settembre 2001 negli USA hanno notato che a soffrire di Disturbo Post-Traumatico da Stress (DPTS) non erano solo coloro direttamente coinvolti nell’evento (testimoni, familiari e amici delle vittime, vittime sopravvissute) ma anche chi abitava a New York o nelle città vicine. Questo perché il nostro cervello calcola il livello di probabilità del potenziale rischio che abbiamo corso: “l’attentato è avvenuto vicino a me, e ‘per caso’ non passavo di lì in quel momento. Ma avrei potuto esserci con una elevata probabilità“. Ovviamente, la nostra testa non fa una stima concreta del rischio, ma è influenzata da numerosi fattori, come le euristiche, le emozioni e i fattori sociali.
  2. Parigi è vicina: non solo geograficamente.
    Proviamo tanta più empatia quanto l’altro è vicino al nostro stile di vita. È per questo che l’evento parigino ha colpito moltissimo i cittadini degli Stati Uniti d’America, oltre che gli europei. Tutto l’Occidente si è identificato con quelle persone che stavano guardando la partita, ascoltando un concerto o cenando, cose che da noi vengono viste come quotidianità. È come se nella testa delle persone comparisse la frase “anche io svolgo quelle azioni, quindi poteva succedere a me“. Invece, identificarsi con lo stile di vita del Beirut, la capitale del Libano, è molto complesso per noi Occidentali, e per farlo ci serve uno sforzo cognitivo ulteriore, troppo generalista per coinvolgere le nostre emozioni, come si può notare dalla frase: “anche io sono una persona come le vittime in Beirut, quindi sarei potuto morire anch’io“.
  3. L’attacco a Parigi è stato simbolico, quello in Beirut no: nonostante in entrambi i casi siano stati colpiti dei luoghi del nostro quotidiano, la capitale libanese si trova molto vicina alla Siria, attualmente devastata dalla guerra civile, e i confini tra i due Stati sono molto labili. La nostra mente vede come più probabile un attacco avvenuto in zona di guerra, per quanto siano imprevisti gli attentati per loro stessa definizione, mentre a Parigi fino ad ora non si erano visti attacchi, se non quello di Charlie Hebdo che, nonostante fosse simbolico, riguardava soltanto coloro che avevano “osato” infastidire il cosiddetto Stato islamico (IS). “Gli attentatori colpiscono anche chi non li ha direttamente infastiditi: tra questi, potrei esserci io“.
  4. A Parigi ci sono molti più nostri connazionali che in Beirut:
    statisticamente, è molto più probabile avere stretto amicizie o avere familiari che si trovavano nella città di Parigi al momento dell’attentato, rispetto al Beirut, per questioni di vicinanza (geografica e non) e di emigrazione. Quindi, anche se non siamo parenti o amici di nessuna delle vittime, è molto probabile che conosciamo qualcuno che conosca qualcuna di loro. L’empatia che ne risulta è più forte di quella che potremmo provare per luoghi dove abbiamo molte meno connessioni sociali (reali o presunte).
  5. Parigi è – si pensava – una città sicura: sia perché non è vicina a una zona di guerra, sia perché è militarmente molto forte. Per cui, quello che non possiamo toglierci dalla testa è questo pensiero: “se sono riusciti a colpire Parigi, che normalmente è così sicura, potrebbero venire anche nella mia città, che non è poi così controllata“.

Un’unica risposta
Riassumendo
, la risposta alla domanda “perché ci ha colpito di più la tragedia a Parigi che non quella del Beirut?“del titolo è questa: perché più la nostra identità è vicina a quella delle vittime, maggiore è il coinvolgimento emotivo che proviamo.

Il dolore per i morti, in questo caso, si genera soprattutto perché abbiamo paura per la nostra sopravvivenza. Mentre piangiamo per Parigi e coloriamo la nostra immagine profilo di Facebook dei colori della bandiera francese, il nostro cervello stima la probabilità del rischio che abbiamo corso vivendo vicino all’attentato e condividendone i valori che hanno spinto gli attentatori ad attaccare. La nostra cognizione trasforma poi la paura in tristezza, in modo che non intacchi l’idea non-egoistica che ci siamo fatti di noi stessi.

Giustificazioni
Ciò non giustifica
assolutamente la minore o assente mancanza di empatia nei confronti delle vittime non-parigine, anzi: ci deve spingere a comprendere quella profonda e istintiva parte di noi, comandata dagli strati più profondi del cervello, e quindi giudicarla consapevolmente.

Di fronte alle tragedie, la nostra mente gioca al gioco del “come se” di quando eravamo bambini: “cosa sarebbe successo se… (mi fossi trovato in zona, avessi assistito a quel concerto, avessi avuto una vittima tra gli amici, ecc.)?”. Se la risposta mentale è “sarei morto”, la paura prenderà il sopravvento ma, siccome non si è stati colpiti direttamente, verrà trasformata in una più costruttiva e socialmente accettata compassione.

A livello cognitivo accetto che il mio dolore sia fratello della paura, ma nel momento in cui riconosco che anche le persone accanto alle vittime del Beirut hanno dei processi mentali simili ai miei, e che quindi piangono le persone che con più alta probabilità potevano essere loro stessi, sarò portato a provare compassione anche per loro (perché saranno visti come “più vicini a me”) e, di rimando, per i loro cari.

Annalisa Viola

 

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Psicologa
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