10 cose che ho imparato quando sono diventata muta per una settimana

Poco tempo fa, a causa di una banalità medica (un ascesso dentale), sono stata costretta al mutismo per circa una settimana. Ecco cosa ho imparato da questa esperienza, e come le nuove tecnologie permettono a chi è davvero muto di interagire con gli altri.

Vignetta di Massimo Cavezzali (clicca sull’immagine per accedere al suo sito)

Aprire la bocca e non riuscire a emettere alcun suono è uno dei miei incubi più ricorrenti. Eppure mai avrei immaginato che l’incubo si sarebbe potuto avverare. Per pochissimo tempo, per fortuna, e con una sola differenza: la bocca non si riusciva nemmeno ad aprire.

È questa la atroce dolorosissima agghiacciante banale condizione in cui può ritrovarsi chiunque abbia un ascesso dentale, nel quale la gengiva può gonfiarsi al punto da bloccare l’apertura della bocca o rendere difficile i movimenti della lingua. Una diretta conseguenza di questa condizione, oltre al fatto che ci si nutre solo di antibiotico in polvere e succhi di frutta, è che ogni tentativo di comunicare oralmente viene accompagnato da un insieme di rantolii e spasimi di dolore. E per me, che sono particolarmente logorroica (chi mi conosce lo sa bene), essere impossibilitata a parlare è qualcosa di davvero “traumatico”. Tuttavia, posso dire che in questi pochi giorni ho imparato ad apprezzare quello che il mio solito chiacchiericcio mi nascondeva.

Ecco, dunque, le 10 cose che ho imparato da una settimana di mutismo forzato:

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1. L’espressività facciale e gestuale aumenta notevolmente

In mancanza delle proprie espressioni verbali, sguardi, mimica, gestualità e prossemica cercano subito di rimpiazzare il vuoto comunicativo che si è creato. Tali azioni diventano più marcate, a tratti pantomimiche ed esagerate, e le comunicazioni espresse apportano un maggior carico emotivo, che solitamente viene espresso dalla tonalità della voce. Se leggiamo la frase “ho fame!” privata del contesto e dell’intonazione, non capiamo se la persona che scrive lo dice in tono calmo (è mezzogiorno, è normale che abbia fame, e presto sa che mangerà) o in tono arrabbiato (sono oramai le quattro del pomeriggio e a causa del lavoro non ha ancora potuto mangiare). Grazie alla gestualità, ho potuto esprimere “in che modo avessi fame” agli altri, senza parlare. In poche parole, i gesti fisici cercano di sostituire il tono vocale mancante, così da fornire all’interlocutore informazioni circa il proprio stato d’animo mentre si parla.

2. Osservi maggiormente come si muovono gli altri

La gestualità e la mimica altrui diventa maggiore oggetto d’attenzione, per almeno due motivi: da un lato, potendo parlare solo a gesti con gli altri, la gesticolazione altrui sembra incrementarsi quasi per farti capire con parole tue gesti tuoi quello che vogliono dirti, per cui è impossibile non notare i loro movimenti; dall’altro, guardare gli altri insegna nuove tipologie di movimento di mani e viso che si possono successivamente usare per migliorare la comunicazione con i propri interlocutori.

“Adesso puoi sentirmi”, detto con il linguaggio dei segni

3. Crei in breve tempo un linguaggio gestuale tutto tuo

Cerchi di fare lo spelling dei nomi delle cose di cui vuoi parlare intrecciando le dita in vari modi, oppure descrivi gli oggetti facendone il “mimo”, per esempio per dire “macchina” metterai le mani su un finto volante per indicare l’atto di guidare. Questo non è altro che un primordiale tentativo di creare quello che in Italia, in modo decisamente più strutturato, viene chiamato LIS, cioè il Linguaggio Italiano dei Segni. Esso viene utilizzato da molti sordi e muti per interagire tra loro, e viene studiato in alternativa o come rafforzamento (metodo bilingue) della lettura del labiale. Naturalmente, le persone che sono solo mute (e non sordomute) non hanno bisogno di imparare a leggere le labbra altrui. Tra l’altro io, conoscendo i rudimenti del LIS (cioè l’alfabeto e i numeri), tendevo a usare proprio quei segni per lo spelling, mettendo spesso in difficoltà l’interlocutore.

4. Abbandoni presto il tuo linguaggio personalizzato

In altrettanto breve tempo, però, capirai che il linguaggio personalizzato (che sia LIS – e quindi riconosciuto e strutturato – o meno) non serve a nulla, se gli interlocutori non sanno che lo stai usando e non ne conoscono i dettagli. Il linguaggio LIS, nel dettaglio, è condiviso solo dalle persone sorde e mute e al limite dai loro cari. Se qualcuno ti urta mentre cammini per strada, non riuscirai a mandarlo al diavolo, o meglio: ci riuscirai, ma non lo capirà. Meglio l’universale (almeno in Italia) dito medio, per farsi capire!

Lie to me, fortunata serie in cui il protagonista, esperto di linguaggio non verbale, utilizza le sue conoscenze per capire se l’interlocutore dice il vero o il falso.

5. Solo chi ti conosce davvero bene riesce a capirti

Sembra molto romantico, e forse lo è in realtà: solo una persona riusciva a capirmi con uno sguardo, mentre tutti gli altri avevano sempre bisogno di più tempo. La presenza costante di una persona nella propria vita porta a una conoscenza della gestualità (seppur incrementata e, quindi, in parte diversa da prima) che è superiore anche alla tua, perché spesso comunicando oralmente si perdono di vista i propri gesti. Genitori, fidanzati/e conviventi, migliori amici… Pensate alla vostra vita, c’è qualcuno che potrebbe capirvi subito se dovreste diventare temporaneamente muti? Facile capirlo: quando alla domanda “che cos’hai?” rispondente “niente” (e invece c’è qualcosa) e questa persona speciale vi rompe le scatole insistendo sulla propria domanda, allora saprete di dovervela tenere ben stretta, almeno in caso di ascesso dentale.

Nella nona puntata della stagione XIII de I Simpson, Homer è costretto a indossare un apparecchio che gli impedisce di parlare. Si scopre quindi un attento ascoltatore, emotivamente disposto ad aiutare la sua famiglia.

6. Ascolti molto di più gli altri

Il non dover continuamente sentire la propria voce aiuta a non distrarsi dalle parole altrui. Improvvisamente ti accorgi di non perderti una sillaba dell’interlocutore, riuscendo a essere sempre pronto a comprendere l’altro. Spesso le persone raccontano certe eventi più o meno importanti soltanto per il bisogno di dirli ad alta voce, e non per avere delle risposte o sapere cosa è successo all’altro. Spesso, tale bisogno finisce per essere soddisfatto solo in parte, utilizzando la scrittura (ad esempio tenendo un diario personale) o comunicando solo una parte di quello che si desidera dire. Se avete spesso questi bisogni e non sapete come fare, vi consiglio di trovare un amico muto (se non lo avete già).

7. Il pensiero parla molto più di te

Mentre le parole non escono dalle tue labbra, la mente vaga in modo più fluido e libero, e ogni pensiero rincorre l’altro talvolta senza darti tregua. Tali pensieri si presentano soprattutto all’inizio del “mutismo temporaneo”, e rimpiazzano in qualche modo il non detto. Man mano che i giorni passano, però, inizi a calmare anche quella parte di te che ha bisogno continuamente di comunicare (perché anche tu ne hai bisogno e non solo l’interlocutore, vedi punto 6), e impari non solo a esprimere solo le cose essenziali del parlato, ma anche a non esprimerti affatto, quando è superfluo e totalmente autoriferito.

8. Il silenzio non sempre crea disagio

Restare in silenzio, sia all’esterno che all’interno della propria testa, talvolta è ristoratore. Permette di soppesare meglio le cose che sono davvero importanti e quelle invece superflue, così da scegliere consapevolmente cosa esprimere e dandoti il diritto di dire gesticolare solo le cose che davvero sono importanti per la comunicazione.

9. Spiegare a parole che non si riesce a parlare è un paradosso che ti mette spesso in imbarazzo

Mi è capitato quando ho cercato di prendere un autobus (con la febbre) per andare dal medico: sentire una signora anziana lamentarsi ad alta voce che “i giovani d’oggi non hanno rispetto” solo perché ero seduta e lei no, non mi ha lasciato molta scelta. Ho dovuto cederle il posto, perché spiegarle a parole che stavo male mentre lei aveva avuto anche la forza di andare in giro coi tacchi alti alla sua veneranda età mi era impossibile. L’alternativa era mugugnare qualcosa di incomprensibile oppure fare dei gestacci che non avrebbero fatto capire la mia condizione, ma solo rafforzato l’opinione negativa che la signora aveva di me.

10. Il tuo handicap è invisibile (finché non ti si chiede di parlare)

Sempre ricollegandoci all’episodio di prima (che non è stato l’unico, in realtà), mi sono accorta che l’handicap della parola o dell’ascolto è invisibile agli occhi altrui. Non puoi rivendicare ciò di cui hai diritto quotidianamente, soprattutto nei luoghi pubblici. Se si va incontro a un pericolo di qualsiasi tipo, non è possibile urlare per attirare l’attenzione dei soccorsi. E ogni volta che un estraneo, per qualsiasi motivo (fare conoscenza, ma anche chiedere un’indicazione), cercherà di parlare con te, riaffiorerà il tuo “handicap”, costringendo l’altro a etichettarti come “muto” e spesso interrompendo alla base ogni tentativo di comunicazione. Questo mi ha fatto pensare a quanta incomprensione e solitudine possono talvolta manifestarsi dietro questo genere di problematiche fisiche. E mi ha permesso di capire quale possa essere uno dei probabili motivi per cui molti tra i sordi e muti si dichiarano una Comunità, che vive in contrasto con la Comunità degli udenti/parlanti.

Tecnologie per muti e sordomuti

È da queste congetture, fatte durante il mio “mutismo transitorio”, che ho desiderato cercare quali soluzioni tecnologiche potessero avere le persone mute per superare queste difficoltà.

Quello che ho trovato è soprattutto il tentativo di riuscire a comunicare con le persone non mute attraverso il linguaggio dei segni, senza quindi essere costretti a utilizzare la scrittura. Questo può avvenire grazie all’uso di nuove tecnologie che utilizzano svariate strategie.

La tecnologia wearable “Google Gesture”: notate le fasce sugli avambracci, che contengono degli elettromiografi per registrare il movimento dei muscoli delle braccia

Nel campo dei wearable (cioè delle tecnologie indossabili), ad esempio, Google Gesture utilizza due fasce elettromiografiche (che misurano quindi gli impulsi elettrici che passano nei muscoli) sulle braccia, che permettono di tradurre i movimenti degli arti superiori in parole, le quali vengono inviate a smartphone o tablet per essere scritte e lette automaticamente da una voce robotica.

I guanti di Enable Talk possono registrare i movimenti delle dita durante il linguaggio dei segni

Enable Talk, anziché le fasce, usa direttamente dei guanti, permettendo la lettura fine del movimento delle dita. I segni registrati dal guanto vengono poi trasmessi a un mezzo esterno (sempre un cellulare o un tablet) e letti dalle app di lettura automatica.

L’applicazione “Beethoven Phone”

Nel caso di interlocutori che non conoscono la LIS (o i linguaggi dei segni degli altri Stati), per parlare con una persona sordomuta possono usare app come Beethoven Phone, che traduce il proprio linguaggio orale in scritto. Alla persona muta basterà leggere quanto l’interlocutore ha detto, con una comunicazione abbastanza immediata e comunque meno lenta della scrittura manuale.

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Un telefono Audioson per sordomuti

Esistono infine diverse app (per avere qualche esempio, guardate qui) che si occupano di semplificare la vita di chi non riesce a parlare, utilizzando metodi di scrittura velocizzata dall’utilizzo di immagini e “bozze” di frasi precostituite. Questo genere di app superano in portabilità la tecnologia telefonica per sordomuti, anch’essa ancora molto utile per poter ricevere e fare telefonate da casa. Si tratta di un telefono fisso dotato di tastiera alfabetica, che traduce quanto scritto in un messaggio audio da inviare all’interlocutore, il cui parlato viene tradotto in un testo scritto che il sordomuto potrà leggere su uno schermo posto sopra la tastiera. Altre applicazioni mobile permettono alle persone mute di telefonare servizi come i taxi senza problemi di comunicazione.

Infine, la tecnologia viene utilizzata anche per insegnare la LIS e gli altri linguaggi dei segni, attraverso piattaforme online che organizzano corsi online, come sul sito dell’Istituto Tecnico Nazionale per i Sordi del Rochester Institute of Technology, o che fornisce un dizionario della LIS per l’auto-apprendimento come nel progetto UE Spread The Sign, per non parlare dei tanti corsi che vengono offerti gratuitamente su Youtube (tra i tanti, io consiglio LISangela: semplice, veloce e diretta!).

Insomma, essere stata temporaneamente muta è stato per me una gran fonte di apprendimento, e mi ha spronato a imparare il linguaggio LIS che già avevo cercato di studiare, con grande difficoltà, in passato. Consiglio a tutti coloro che possono parlare, anche solo per mera curiosità intellettuale e non per bisogno reale, di provare a imparare almeno la base di questo linguaggio, come l’alfabeto, giusto perché, se dovesse capitare l’occasione di incontrare un muto che avesse bisogno di qualcosa, potreste essere d’aiuto e farlo sentire un po’ meno “invisibile”, come è successo a Muharrem, un ragazzo muto che vive in Turchia:

Muharrem e l’esperimento sociale per i muti: imparereste la lingua dei segni per il vostro vicino?


Ricordate di seguire gli argomenti felici miei e altrui su Il Sorriso Quotidiano! 😉

Annalisa Viola

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Informazioni su Annalisa Viola

Psicologa
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