Trapianto di testa: welcome to HEAVEN

Nel mondo medico-scientifico si è da poco acceso un forte dibattito riguardo un progetto controverso: effettuare un trapianto della testa viva sul corpo di un cadavere. Ideato dal dottor Sergio Canavero del Gruppo di Neuromodulazione Avanzata di Torino, il progetto ha da poco trovato un volontario: un informatico trentenne di nome Valery Spiridonov, affetto da atrofia muscolare. Il dibattito sul progetto HEAVEN (Head Anastomosis Venture, ovvero l’Impresa dell’Anostomosi – unione chirurgica di due parti del corpo – della Testa), oltre a ricevere critiche sul versante medico, presenta criticità anche a livello etico e, seppur poco citate, psicologico. Per colmare questa lacuna, uscirò un attimo dal tema della cibernetica (ma ci rientrerò subito, non temete!) e presenterò una visione psicologica di un’operazione chirurgica così invasiva.

Dr Sergio Canevaro spiega il procedimento della sua operazione sostituendo il collo umano con una banana e il midollo osseo con degli spaghetti.

“We have the tecnology”

Quella del trapianto di testa non è un’idea originale. Già nel 1970 Robert White provò a eseguire quest’operazione su una scimmia rhesus. Tuttavia, la scimmia ebbe vita breve (8 giorni) a causa del mancata fusione dei due monconi di midollo spinale del ricevente e del donatore. Lo stesso White, tuttavia, più tardi predisse che nel ventunesimo secolo sarebbe stato possibile avverare ciò che è stato raccontato nelle storie fantascientifiche (come la Leggenda di Frankestein), se non attraverso il trapianto di cervello, almeno con il trapianto di testa negli esseri umani.

Human head transplants? Neurosurgeon says ‘we have the technology’

Raffigurazione del primo “scambio” totale cefalosomatico in una scimmia (White et al., 1971)

Riprendendo questo esperimento nei suoi discorsi, il neurochirurgo torinese sostiene che White non avesse le opportune conoscenze medico-chirurgiche per eseguire il ri-collegamento del midollo spinale: conoscenze che, secondo Canavero, oggi possediamo.

Più di recente, altri ricercatori hanno tentato di ricongiungere due lembi (nello stesso soggetto) di midollo spinale reciso in un topo, che di conseguenza risultava paralizzato dalla lesione in giù, ottenendo una riuscita parziale dell’esperimento: il topo non era ancora in grado di camminare, però le funzioni urinarie si ripristinarono del tutto. Pensate a quanto sia rivoluzionaria l’idea che un soggetto paralitico, grazie a un’operazione – ancora in via sperimentale, potrà almeno controllare le proprie funzioni urinarie senza dover ricorrere al catetere!

Rappresentazione e spiegazione della rigenerazione midollare che permette al topo-soggetto di riappropriarsi del funzionamento delle reni (Yu-Shang Lee et al., 2013).

Come si attacca una testa viva a un corpo morto?

Data la portata del suo studio, il dr Canavero ha svolto una quantità innumerevole di interviste in tutto il mondo. E, a ciascun interlocutore, spiega il procedimento trascritto in un articolo del 2013:

La testa e il corpo necessari verranno raffreddati per prolungare la loro resistenza in assenza di ossigenazione;
– Il taglio degli elementi (testa e corpo) avverrà secondo le normali procedure che avvengono negli altri tipi di trapianto;
– Una volta posizionata la testa sul “nuovo” corpo, il midollo spinale verrà collegato grazie a una sostanza che Canavero chiama “magica”, il glicole polietilenico;
– Infine, verranno suturati (come negli altri trapianti) i vasi sanguigni e i muscoli. Il procedimento, ribattezzato GEMINI Spinal Cord Fusion quest’anno, viene spiegato nel dettaglio su PubMed.

Dopo l’operazione, il paziente viene messo in coma per circa 3 o 4 settimane, mentre il suo midollo viene stimolato elettricamente (perché l’elettricità favorisce sia il funzionamento dei neuroni che la loro crescita: vi ricordate la Deep Brain Stimulation?). Grazie a questi accorgimenti, il dr Canavero ritiene di risolvere sia il problema del ricongiungimento del midollo spinale, sia quello del rigetto (esistono numerosi farmaci contro il rigetto degli organi trapiantati), permettendo al soggetto sperimentale di rimettersi in piedi dopo circa un anno di riabilitazione.

La spiegazione del dr Canavero al TEDxVerona.

Controversie

Come potete facilmente intuire, la portata grandiosa di questo progetto ha suscitato un innumerevole quantitativo di critiche. Il presidente della Società Italiana di Neurochirurgia, dottor Alberto Delitala, spicca fra tutti per l’asprezza dei suoi commenti. Il medico, infatti, afferma che Canavero stia solamente alimentando delle “ipersperanze” (come le chiama lui) delle persone che potrebbero usufruire di questo tipo di trapianto. Al punto che, dopo una sua intervista a Wired, l’autore dell’articolo – non senza una variegatura di citazioni del film di Frankestein – si sentirà in dovere di fare un paragone tra il progetto HEAVEN e il caso Stamina. Inoltre, sostiene sempre il dr Delitala,  il progetto non avrebbe nulla di scientifico, cioè non disporrebbe di dati e risultati verificabili.

Il dr Canavero, neurochirurgo iscritto all’Albo dei medici di Torino (come potete controllare qui), in effetti mostra una carriera scientifica incline alle ricerche sul dolore centrale, la nevralgia, il dolore cronico, la stimolazione corticale con soggetti affetti da morbo di Parkinson o in stato vegetativo, l’angioma midollare spinale e, tra i trapianti, spicca un articolo teorico su quello dell’occhio in soggetti ciechi. Nulla, se non a livello teorico, è stato fatto da lui sul progetto HEAVEN e quello GEMINI. Questo, tuttavia, è avvenuto perché, come spiega negli articoli teorici sopra citati, molte ricerche sono già state compiute, e delle evidenze sperimentali ci sono e sono riproducibili.

Nella letteratura più recente, ad esempio, spicca il lavoro di Xiao-Ping Ren e collaboratori, che hanno tentato, con successo, di trapiantare la testa di un topo sul corpo di un altro topo deceduto. I ricercatori si dicono pronti ad effettuare nuove ricerche anche con la scimmia.

Il dr Canavero è stato anche al centro di un’altra controversia: sarebbe apparso nel videogioco di Metar Gear Solid V. In realtà pare sia soltanto una somiglianza del medico con l’attore Ian Moore, che interpreta il personaggio di un chirurgo.

Il dr Delitala non sembra commentare, tuttavia, come mai il progetto HEAVEN sia stato citato da una rivista di alta rilevanza scientifica come il Neuroscientist, dove viene spiegato il progetto senza escluderne le controverse etiche. HEAVEN ha avuto una tale risonanza, nel mondo scientifico, che sarà oggetto di discussione alla conferenza di giugno dell’Accademia Americana della Chirurgia Neurologica e Ortopedica (American Academy of Neurological and Othopetic Surgeons, o AANOS) ad Annapolis, nel Maryland.
E senz’altro ne sentiremo delle belle. 

Piccolo excursus etico

Al di là dell’ambito prettamente chirurgico, un grande limite di quest’iniziativa si trova senz’altro a livello etico, poiché non tutte le politiche statali accettano questo genere di interventi così invasivi. Il dr Canavero, a tal proposito, ammette di aver iniziato a parlare del suo progetto due anni prima di iniziare a metterlo in atto, per far sì che le persone cominciassero a parlarne e si facessero un’opinione al riguardo. Il neurochirurgo dichiara, al Neuroscientist:

« Se la società non lo vorrà (il trapianto di testa ndr), io non lo farò. Ma se non vogliono l’operazione negli USA o in Europa, non è detto che non lo vorrà qualche altro Paese. Sto cercando di fare le cose per il verso giusto, ma prima di andare sulla Luna, bisogna essere sicuri che la gente ti seguirà. »

Perché gli Stati potrebbero non accettare questo genere di trapianti?
La chiave sta in che cosa riteniamo consista la vita umana.

La vita dopo la morte secondo la fantascienza.

I religiosi, ad esempio, vedono l’esistenza come contenuta in una sorta di “anima” (che varia di nome e di forma a seconda della religione di cui si parla), un’eterea presenza che si trova al nostro interno e che viene liberata (per andare nell’Aldilà, per reincarnarsi o altro) soltanto con la morte della persona. Non avendo localizzazione in un punto specifico del corpo, in teoria l’anima potrebbe continuare a esistere anche dopo ogni tipologia di trapianto. Il problema è che il corpo spesso viene legato al peccato: assumere il corpo di qualcun altro significa associare tutti i suoi peccati all’anima ospitante? Controverso, ma senza dubbio non rilevante dal punto di vista scientifico.

Gli scienziati, che non per forza non sono religiosi, dibattono anch’essi su un fronte oggettivabile che vede l’esistenza come il funzionamento armonioso degli organi deputati alla vita. Se gli organi sono del soggetto o di qualcun altro, fa poca differenza. Patricia Scripko, neurologa e bioetica in California, sostiene che l’esistenza sia racchiusa nella corteccia cerebrale: se non si intacca questa, l’umanità del paziente non può dirsi modificata. Questo significa che possiamo trapiantare tutto, modificare un intero corpo e persino il tessuto cerebrale profondo, purché non si tocchi la parte corticale del cervello, che ci permette di muoverci, percepire, pensare, ragionare. Non è un caso che, in medicina, la morte venga dichiarata solo quando il cervello smette di funzionare.

Per cui, che importa se gli organi (o l’intero corpo) sono propri o di qualcun altro, se possiamo ancora rintracciare la nostra identità nelle cose che pensiamo? Senz’altro, la persona sarà “modificata” per qualche aspetto: potrà camminare e non l’aveva mai potuto fare, potrà percepire in seguito a sordità, eccetera. Ma il nostro corpo, così come il nostro pensiero e le nostre credenze, sono inevitabilmente sottoposte a un continuo processo di mutamento. Non per forza volto al miglioramento (per esempio con la vecchiaia), ma giorno dopo giorno ciascuno di noi si trova con qualcosa di diverso da ieri: un gruppo di cellule, un comportamento appreso, una nuova patologia, un diverso livello ormonale…

Problematiche socio-culturali

Modificare un intero corpo non condiziona solo chi decide di sottoporsi all’intervento. Difatti, familiari e amici del soggetto (o del cadavere), nonostante in teoria siano d’accordo con il ritenere la vita del loro caro racchiusa nella loro testa, in pratica finiscono per non riconoscere più il proprio congiunto, sia esso vivo o morto.

Per quanto sia accettabile, per un familiare, vedere sano e salvo il proprio caro dopo un trapianto di rene (dove ovviamente il rene è di qualcun altro, vivo o morto che sia), è particolarmente complicato pensare che al proprio parente sia stato sostituito il cuore. Quest’organo, mera pompa del circolo sanguigno, è stata a lungo associata alla vita, ed è per questo che l’idea di avere il cuore di qualcun altro (per forza deceduto) dentro di sé, nell’immaginario comune suoni come avere un pezzo dell’ “anima” del defunto al proprio interno.

Tuttavia, oggigiorno il trapianto di cuore è divenuto così frequente,  in chirurgia, che è stato maggiormente accettato, poiché permette comunque di far “tornare in vita” il soggetto.
Di cuore ce n’è uno solo: senza, siamo morti.
E così vale anche per il corpo.

L’unicità del corpo è la chiave per leggere i problemi etici da parte dei familiari del defunto. D’accordo, il soggetto ha firmato il modulo di donazione degli organi: ma il corpo è un organo? Se lo consideriamo a livello anatomico, no, perché è formato da diversi organi. Ma se lo consideriamo come un pezzo di carne umana, così come sono fatti di carne il rene e il cuore, allora , può essere trattato come un intero organo.

In Futurama, Groening ipotizza che i personaggi famosi del passato continuino a vivere nel futuro mantenendo le loro teste in una teca di vetro.

Che siano religiosi o meno, i familiari del defunto accettano maggiormente di rendere omaggio a una tomba contenente il caro privo di un organo interno, mentre sarebbero sicuramente riluttanti nel venerarne soltanto la testa. Perché?
I cari riconoscono il congiunto deceduto non solo per il suo mondo interiore, ma anche per il suo aspetto esterno: per questo la modifica di un organo interno, non visibile esteriormente, non crea problemi di accettazione, mentre altri tipi più evidenti di interventi chirurgici post-mortem sì.

Il corpo è unico: ciascuno di noi è abituato al proprio corpo, ne è affezionato e prova dei sentimenti nei suoi confronti (che, agli estremi, sfociano in amore nei narcisisti e in odio verso parti di esso nella misoplegia). Ce ne prendiamo cura, oppure decidiamo di non farlo, in ogni caso ci appartiene, e la sua violazione da parte di terzi (violenze fisiche, sessuali, …) viene considerata a livello sociale come una brutalità, spesso perseguibile per legge. Allo stesso modo, i nostri cari sono abituati al nostro corpo. Spesso, anche un radicale taglio di capelli costringe l’occhio del conoscente a fare uno sforzo in più di riconoscimento, figuriamoci se si modifica l’intero corpo!

Valeria Lukyanova, nota come la Barbie Umana, si è sottoposta a un quantitativo innumerevole di interventi per incarnare lo stereotipo di “bellezza di plastica”. Se avesse trovato un corpo defunto come lo desiderava, lo avrebbe cambiato?

Un altro problema di grande rilevanza che si pone parlando di trapianto di un intero corpo coinvolge quelle degenerazioni della medicina che nascono unicamente a scopo di lucro e senza alcun fine terapeutico. Parlo della chirurgia estetica, che permette a chi ha abbastanza denaro di modificare il proprio corpo per entrare a far parte di uno stereotipo di bellezza che in quel momento storico è in vigore. Cosa succederà se sarà possibile attaccare la propria testa su un corpo “nuovo”? Chi ha gravi patologie fisiche potrà stare meglio (tornare a camminare, per esempio), mantenendo un insieme estetico necessario per essere accettato dagli altri come parte del loro gruppo sociale. Invece, chi è affetto da patologie psichiche e psichiatriche, come le dispercezioni somatiche, potrà sostituirsi in toto. I corpi delle modelle defunte saranno quelli più ambiti? Ci sarà un mercato di corpi dietro gli obitori, che permette a ciascuno di scegliere il corpo che più gli aggrada?

Questa questione supera ogni etica, perché è inaccettabile da ogni punto di vista. Nonostante ciò, nulla vieta ad alcuni chirurghi di mettere la chirurgia estetica al servizio di ogni capriccio nevrotico di una persona ricca. Probabilmente, l’Etica dovrebbe impuntarsi di più in questo genere di interventi rispetto ad altri, ma questa è un’opinione personale.

Possibili problemi psicologici

Tralasciando l’eventualità di un “rigetto” della testa da parte del corpo “estraneo”, per evitare il quale verranno utilizzati appositi farmaci, resta da chiedersi come si potrà impedire un “rigetto psicologico” del nuovo corpo trapiantato.

Certamente, chi decide di ricorrere a un trapianto con un impatto così grande nella propria vita deve avere una motivazione ben radicata nell’intimo. Tuttavia, la tematica è più complessa di quel che può sembrare, anche perché stiamo entrando in una ferita aperta nel mondo dei trapianti.

Infatti, nonostante le moderne tecnologie chirurgiche permettano di eliminare molti dei deficit fisici che si possono avere dalla nascita o acquisiti, non tutte le persone desiderano eseguire un intervento di “normalizzazione” del proprio stato “deficitario”.
I motivi possono essere molteplici. Oltre alla paura dell’intervento, spesso invasivo e la cui anestesia può essere pericolosa, esistono motivazioni squisitamente psicologiche che fanno decidere di non sottoporsi a questo genere di operazioni.

A questo bambino nato sordo è stato impiantato un impianto cocleare.

Una situazione esemplare è quella che coinvolge le persone sorde. Tramite l’impianto cocleare, i sordi possono essere (o tornare) in grado di percepire i suoni. Perché un non-udente non dovrebbe accettare questo tipo di operazione chirurgica?

Nei sordi dalla nascita o in tenera età, la questione implica proprio l’atto di percepire i suoni. Il loro mondo è silenzioso: riuscirebbero a sopportare un “nuovo” ambiente, fatto non solo da dolci melodie ma anche da rumori fastidiosi? Riuscirebbero a sopportare l’idea di dover identificare i propri cari attraverso il suono della loro voce, prima di allora sconosciuto? Quello che si chiede a una persona affetta da sordità è di riorganizzare la percezione del proprio mondo, non più sulla base della vista, ma su quella dell’udito. La loro vita non viene semplicemente “abbellita” con un’aggiunta di suoni, ma si modifica radicalmente, e spesso non si è pronti ad affrontare una sfida così grande. O, semplicemente, a qualcuno non va di modificare le proprie percezioni, trovandosi bene anche in un ambiente silenzioso.

Un altra questione è quella sociale: i sordi formano una comunità, cioè un gruppo compatto di persone accomunate dallo stesso deficit uditivo. In questo caso, l’identificazione identitaria del non-udente viene estremamente rafforzata dalla comunità dei sordi, al punto che molti dei loro membri vedono il mondo come diviso in due metà: quella degli udenti e quella dei non-udenti.

Questo non è importante soltanto per i soggetti, ma anche per le decisioni familiari che possono essere prese di conseguenza, come quella di far operare il proprio figlio nato sordo. Molti tra quelli che rifiutano l’intervento ai figli sono condizionati dalla comunità dei sordi del loro Stato, che si ritiene etichettata come “malata o incompleta” da questo genere di trapianto.

Queste situazioni sono simili nel trapianto di testa. Ottenere un corpo nuovo quando non si ha mai avuto la possibilità di muoversi costringe il soggetto ad una riorganizzazione della propria somaticità, degli spazi occupati dal proprio corpo, delle proprietà di movimento nuove e sconosciute, oltre che a una riorganizzazione delle proprie percezioni tattili.

Anche se l’idea di poter tornare a camminare è splendida per un paziente affetto da paralisi totale, egli potrebbe in seguito “rigettare” il nuovo corpo a livello psicologico, perché la propria identità è profondamente mutata, e non sarà più in grado di riconoscersi come prima.

Come farà il dr Canavero a far sì che il proprio paziente volontario, Valery Spiridonov accetti il nuovo corpo? Ecco che ritorniamo nella cibernetica.

Un astronauta esegue il training virtuale.

Il training virtuale

Per abituare il paziente alla presenza del nuovo corpo, il dr Canavero ha pensato di effettuare un training virtuale, nel quale il soggetto indosserà un’attrezzatura speciale che gli permetterà di vedersi e “muoversi” all’interno del nuovo corpo. L’autore della ricerca non da molte informazioni in merito a questo training, ma specifica che verrà utilizzata prima del trapianto.

Il training virtuale è noto già da molti anni, e utilizza le moderne tecnologie per riprodurre tutti e cinque i sensi nella persona che indossa i macchinari. Viene utilizzato in molti ambiti, dai videogiochi ai training dei soldati o degli astronauti. Tale tecnologia è talmente innovativa che è stata acquistata da Facebook, Sony e Google per rendere più diretta l’esperienza virtuale dei propri utenti.

Una recente iniziativa artistico-sociale, inoltre, sta utilizzando la realtà virtuale su una persona che dovrà indossare l’attrezzatura tecnologica per 28 giorni, vivendo la vita di un altro (se volete diventare l’altro, cioè “The Other“, vi basterà compilare questo form).

Il dr Canavero utilizzerebbe questo genere di tecnologia per far sì che Valery Spiridonov non “rigetti psicologicamente” il suo nuovo corpo, e ci sono buone speranze, in base alle recenti ricerche sulle realtà virtuali, che la cosa riesca. Probabilmente sarà anche necessario effettuare il training anche dopo l’operazione – sempre che questa vada a buon fine – durante il periodo di riabilitazione.

Concludendo

La questione del trapianto di testa è davvero spinosa e intricata, e non è facile rintracciare tutte le problematiche mediche, etiche e psicologiche attraverso le quali l’operazione potrebbe fallire. Per sapere se il trapianto è realmente effettuabile oppure no, non resta che provare a farlo (chiaramente dopo aver fatto tutte le considerazioni del caso).

Come in molti altri ambiti,  mi ritengo un’ottimista del progresso, non perché questo sia espressamente migliore del passato, ma perché attraverso di esso è possibile creare un cambiamento, che inevitabilmente impatterà sulle nostre vite, nel bene o nel male.

Se l’operazione non andrà bene, è chiaro che le conseguenze saranno drastiche: prima che qualcuno riprovi un intervento del genere passeranno molti anni, e la risonanza di tale fallimento a livello sociale sarà veramente enorme.

Tuttavia, se il trapianto di testa risulterà un’operazione fattibile, si dovranno modificare tutti quei parametri medici, etici e psicologici, quivi trattati a grandi linee, per permettere che tale cambiamento radicale si adatti alla realtà culturale del momento.

Sperando che, in tal caso, le idee fantascientifiche sui morti viventi si evolvano un pochino…

Annalisa Viola


Un’ultima cosa!

Da oggi il blog Psybernetic and more collabora con Il Sorriso Quotidiano, un sito a cura di Marjorie Cigoli e Marco Alì che vi mostra la faccia bella delle notizie di tutti i giorni. Se volete rendere meno grigie le vostre giornate, ne consiglio la lettura quotidiana – all’insegna del Sorriso! 😉

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Informazioni su Annalisa Viola

Psicologa
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