Benvenuti nell’Era Post-Psicofarmacologica

Grazie alle recenti scoperte neuroscientifiche riguardanti le Brain Computer Interface, l’Entrainment e i Training Cerebrali, «ci stiamo dirigendo verso un’Era Post-Psicofarmacologica nel trattamento delle malattie neurologiche e psichiatriche», ci spiega Robert J. Szczerba in un recente articolo di Forbes. La ricerca sta dunque cercando di rimpiazzare l’utilizzo degli psicofarmaci, i quali non hanno un effetto specifico e mirato sull’area cerebrale che necessita di cure, con metodi di terapia alternativa per la cura delle psicopatologie.

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Per raggiungere questo obiettivo, sarà necessario avere molte più conoscenze di come sia formato il sistema neurale e di come esso funzioni. A tal scopo, nel 2013 sono stati stanziati due progetti paralleli, negli Stati Uniti e nell’Unione Europea, che hanno come scopo comune quello di conoscere più approfonditamente le strutture cerebrali nella psicopatologia (Research Domain Criteria o  RDoC Project, USA), per il quale sono stati stanziati 3 miliardi di dollari, e nel cervello sano (The Brain Project, UE), al costo di 1,19 miliardi di euro.

Se conoscere il costo che i due continenti hanno fornito alla Scienza per questo genere di progetti non vi ha ancora convinti dell’importanza degli studi in questa direzione, lasciate che vi spieghi perché gli psicofarmaci non sono poi così utili e quali (e quante) alternative esistono ad essi. Per farlo, dovrò narrarvi la storia di Bob.

Bob

Questo è Bob.

Ecco Bob. Da circa un anno, Bob si sente spossato, triste e pessimista, al punto da non riuscire ad alzarsi dal letto per giornate intere. Vorrebbe solo dormire, ma non ci riesce: passa il tempo immobile, inerme, si sente in colpa per ogni sua azione passata e spesso si ritrova a pensare di non essere degno di vivere ulteriormente in questo mondo. Il suo drastico abbassamento dell’umore gli provoca la perdita degli affetti e del lavoro, portandolo ad isolarsi ancora di più. Dopo tanto tempo, Bob decide di andare dal dottore, uno psichiatra, per capire come risolvere il suo problema.

Bob

Bob durante quel brutto periodo.

Lo psichiatra, dopo un’opportuna valutazione, assegna a Bob la diagnosi di Disturbo Depressivo Maggiore, e gli prescrive una terapia farmacologica a base di Fluoxetina, un inibitore della ricaptazione della serotonina (detto SSRI) comunemente conosciuto come Prozac®.

La terapia a base di Fluoxetina, antidepressivo comunemente conosciuto come Prozac®, di Bob.

Perché il medico gli prescrive questo farmaco?

Per capirlo, andiamo a vedere cosa succede all’interno della testa di Bob. Tralasciando tutte le teorie biologiche sulla depressione (che, se volete approfondire, le trovate nella buona vecchia Wikipedia) e semplificando tantissimo, diciamo che nel cervello di Bob è avvenuta una diminuzione della quantità di un ormone (oltre che di altre sostanze) chiamato Serotonina, detto anche “ormone della felicità” per il suo effetto positivo sull’umore. Avendo poca serotonina nella testa, Bob ha quindi diminuito drasticamente la sua “felicità”, fino alla tristezza più cupa.

Bob

Livello di Serotonina all’interno del cervello di Bob prima della cura.

Bob assume quindi la terapia psicofarmacologica, e dopo ben sette settimane (un sacco di tempo per un aspirante suicida) inizia a sentire i primi effetti: l’umore è ritornato normale.

Bob

Livello di Serotonina nel cervello di Bob dopo quasi due mesi di cura.

È chiaro che, se Bob non avesse avuto una grave patologia mentale ma un semplice abbassamento dell’umore dovuto a un “brutto periodo di vita”, l’effetto del Prozac sarebbe stato ben diverso. Un eccessivo livello di serotonina, infatti, porta a sintomi di iperattività e ansia, e oltre un certo livello ha conseguenze tossiche sull’organismo.

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Livello di Serotonina in un soggetto sano dopo aver assunto un antidepressivo.

Bob, tra l’altro, è stato fortunato: solo il 50-75 % risponde positivamente ai farmaci antidepressivi. Se la terapia non avesse fatto effetto, lo psichiatra avrebbe dovuto aggiungere ulteriori farmaci o sostituirne alcuni con altri antidepressivi e, di conseguenza, sarebbe aumentato il rischio di danneggiare stomaco, fegato, e altri organi essenziali per la sopravvivenza. Inoltre, gli psicofarmaci hanno moltissimi effetti collaterali; i più comuni sono: emicrania, nausea, insonnia, agitazione e sensazione di nervosismo, e problemi sessuali (sia negli uomini che nelle donne, con riduzione dell’impulso sessuale, disfunzioni erettili, ritardo dell’eiaculazione o anorgasmia).

Bob

Situazione tipica durante l’assunzione di psicofarmaci.

Infine, Bob dovrà assumere la farmacoterapia per mesi, forse per anni. Se protratto nel tempo, l’uso degli psicofarmaci causa assuefazione, un effetto che si presenta anche con l’assunzione delle droghe illegali: più si assume il farmaco, più ne servirà una dose maggiore per raggiungere l’effetto desiderato.

Bob

Assuefazione al farmaco: la soglia di Serotonina da cui partiva Bob si abbassa notevolmente. Di conseguenza, servirà una dose di farmaco superiore a quella passata per ottenere il risultato sperato, ovvero un livello ottimale di Serotonina.

Oltre gli psicofarmaci: Bob aveva delle alternative?

Come preannunciato in testa all’articolo, Bob poteva fruire di alcune alternative alla terapia farmacologica. Vediamo insieme di cosa si tratta.

Bob in Psicoterapia.

Psicoterapia: La terapia psicologica è molto utile per sostenere e guarire la persona affetta da psicopatologia, perché arriva a modificare gli agenti biochimici deficitari (come la serotonina carente nel caso della depressione di Bob) attraverso una via indiretta, che utilizza la parola come strumento per arrivare a modificare i modelli cognitivi del paziente che hanno portato a una sintomatologia depressa. Come la farmacoterapia, però, ci vuole molto tempo per raggiungere l’effetto sperato, i costi sono molto elevati e nei casi più gravi è molto difficile che ottenga dei risultati. Per ovviare a ciò, è sempre indicato affiancare le due terapie, per ottenere un effetto sinergico. “Combattendo” la malattia da due fronti, quello neurochimico e quello psicologico-emotivo, la probabilità di sconfiggere la patologia aumenta notevolmente. Ma, come preannunciato, non sono le uniche alternative che Bob aveva a disposizione.

Il cervello di Bob sottoposto a Deep Brain Stimulation.

Deep Brain Stimulation (Stimolazione Cerebrale Profonda): Inserendo degli elettrodi in modo permanente all’interno di specifiche aree cerebrali, si stimola l’attivazione dei neuroni che servono per ripristinare il livello ematochimico della sostanza deficitaria (con un funzionamento simile a quello del pacemaker posizionato sul cuore). Sicuramente l’azione dell’elettrodo è molto più mirato e specifico di una terapia farmacologica o psicologica, tuttavia si attua solo nei casi più gravi, perché si tratta di una operazione altamente invasiva e molto rischiosa dal punto di vista chirurgico e della sedazione.

Il topino sperimentale che prenderà il posto di Bob nella cura Optogenetica, siccome non è ancora stata realizzata su soggetti umani.

Optogenetica: L’Optogenetica è quella scienza che unisce l’ottica, la neuroscienza e la genetica allo scopo di trattare numerose patologie, tra cui quelle psicologiche. Utilizzano due metodi principali: impiantano delle fibre ottiche nell’area cerebrale interessata (un po’ come nella Deep Brain Stimulation, ma invece di una scarica elettrica si emette una luce intermittente) oppure creano dei virus benigni che contengono informazioni geniche da indirizzare alle proteine sensibili alla luce (le opsine non visive). Anche questa tecnica è molto precisa e mirata, seppure ancora in fase sperimentale, ma rimane piuttosto invasiva per il paziente.

Bob sottoposto a Entrainment Uditivo.

Entrainment: Questa tecnica permette di utilizzare la tecnica Optogenetica, ovvero l’utilizzo della luce intermittente (ma anche di altri stimoli come, ad esempio, i suoni) in modo non invasivo. Grazie alla scoperta delle opsine non-visive distribuite in tutto il corpo, è possibile utilizzare lo stimolo dall’esterno del paziente, o con metodi non troppo invasivi come infilandosi una torcia luminosa nel naso o nell’orecchio. Sembra incredibile, ma in questo modo si vanno a stimolare aree cerebrali (o l’intero corpo, se la stimolazione è esterna) che produrranno le sostanze deficitarie. Oltre ad essere un metodo assolutamente non invasivo, è privo di effetti collaterali e può essere attuato anche in soggetti ciechi, perché non si vanno a stimolare le opsine visive e quindi non necessitano della percezione della luce per funzionare. L’unico dettaglio è che, come i farmaci, non è mirato in modo specifico all’area cerebrale esatta da cui si è generato il problema psicopatologico; inoltre i primi miglioramenti si possono riscontrare non prima di un mese di sedute.


Una Brain Computer Interface in azione. La paziente utilizza le onde cerebrali per muovere consapevolmente il braccio robotico. Non era disponibile un video di Bob.

Brain Training: L’allenamento cerebrale è un approccio molto recente, che parte dall’invenzione delle cosidette Brain Computer Interface (BCI), cioè dei macchinari di avanguardia tecnologica che permettono a un soggetto con deficit motori importanti (come paralisi, SLA o menomazioni fisiche) di mantenere la comunicazione con l’esterno. Ai pazienti viene insegnato il controllo di elementi fisiologici solitamente autonomi, una tecnica chiamata Biofeedback, come battito cardiaco, respirazione e onde cerebrali, che la macchina interpreta come specifici segnali e li traduce in azioni. L’utilizzo di questi apparecchi si basa sulla fondamentale scoperta che i ritmi fisiologici autonomi possono essere modificati consapevolmente. Si pensi alla meditazione: con l’allenamento, questa porta a un rallentamento volontario del battito cardiaco e della respirazione che, non a caso, viene utilizzata come tecnica di rilassamento nei soggetti ansiosi e che, quindi, hanno un battito e  una respirazione eccessivamente accelerati. E non è soltanto possibile controllare volontariamente i ritmi biologici autonomi, bensì si può persino controllare le proprie onde cerebrali. Queste sono di diverso tipo e permettono l’attivazione delle diverse aree cerebrali che vengono di volta in volta utilizzate per compiere azioni di ogni genere. Con un opportuno allenamento, utilizzando una tecnica chiamata Neurofeedback, è possibile indottrinare queste onde e creare una vera e propria “automedicazione”, portando l’onda che ci serve a una frequenza più alta o più bassa e, di conseguenza, azionando le “leve cerebrali” che ci permettono di ripristinare uno stato di benessere.

A mio parere, seppure tutte le alternative agli psicofarmaci siano promettenti, il Training Cerebrale è una delle più affascinanti e utili, perché non è in alcun modo invasiva, oltre al training iniziale non ha alcun costo e può essere effettuata in qualsiasi momento, anche nelle condizioni più gravi (come con un paziente paralizzato). Per una spiegazione più specifica di come funzioni questa tecnica, vi rimando all’articolo che verrà pubblicato a breve, dal titolo “Dai farmaci alle onde cerebrali”.

Nessun Bob è stato maltrattato durante la scrittura di questo articolo.

Annalisa Viola

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Psicologa
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