Facebook ti conosce meglio dei tuoi amici

Un recente studio ha scoperto che Facebook conosce i tuoi interessi meglio delle persone in carne e ossa che vivono al tuo fianco. Come è possibile?

Da quando i Social Network hanno preso piede nel web, il discorso “privacy” è stato molto dibattuto, soprattutto nell’ambito scientifico.

I Social Network e la privacy

Il dibattito non riguarda solo la facilità con cui è possibile bypassare i limiti della privacy dei social per ottenere informazioni personali degli utenti, ma anche la scarsa comprensione che le persone hanno del rischio che si corre rivelando certi dettagli intimi su internet, pur essendo cauti nel fornire le proprie informazioni nella “vita vera”. Il più grande problema relativo alla privacy online è legato al “furto d’identità”, in cui un truffatore usa i dati sensibili che ti riguardano a tua insaputa, spacciandosi per te.

Pensate a quelli che postano su Facebook le loro foto mentre sono in vacanza…

Questo perché oggigiorno le persone sono sottoposte a un grande paradosso: i Social Network sono talmente legati alle nostre vite che siamo praticamente costretti a rilevare i nostri dettagli personali, malgrado il fatto che non ci siano le adeguate cautele da parte di questi siti nel tutelare i dati sensibili.
Basti pensare alla ricerca di lavoro fatta sul web. Per iscriversi ai siti che raggruppano tutte le offerte di lavoro, infatti, è necessario compilare lunghe schede precostituite di dati, inserire il proprio curriculum vitae e spesso connettere il proprio profilo a quello dei Social Network in cui siamo presenti.
Quante volte è capitato di inserire dati sensibili, come il proprio indirizzo email o numero di telefono, per cercare lavoro, e ci si è ritrovati con dello spam (pubblicità non desiderata) di siti internet di dubbia provenienza?
Ma come possiamo evitare di inserire i nostri dati sul web e fare comunque in modo che il tuo futuro datore di lavoro possa contattarti? Ecco il paradosso!

Un modo per risolvere il paradosso è quello di creare due account distinti: uno personale e uno di lavoro. Questo però comporta una enorme difficoltà di gestione: pensate di dovervi ricordare e gestire il doppio degli username e password di email, Facebook, Twitter, Instagram, Google+, LinkedIn, eccetera, oltre ad utilizzare due diversi numeri di cellulare ed altri tantissimi profili coi quali possiamo essere identificati e rintracciati…

Le informazioni personali non vengono utilizzate solo nel furto d’identità. Infatti Facebook, Twitter e gli altri canali Social sono utilizzati dalle aziende (grazie agli advertissment, detti ads) per mostrarti sempre “ciò che ti piace”, ovvero per scopi pubblicitari mirati, che non riguardano il mero spam (cioè delle email, pop-up e messaggi pubblicitari indesiderati), ma che utilizzano le tue ricerche fatte sul web per capire cosa possa interessarti maggiormente, ovvero aumentando al massimo la probabilità di cliccare sopra al banner proposto.
Questo accade anche nei Social Network, dove le nostre preferenze in termini di retweetmi piace permettono ai server di capire quello che davvero desideriamo, riproponendolo con insistenza sulle nostre homepage.

Facebook conosce la tua personalità

Un recentissimo studio, a tal proposito, ha dimostrato che Facebook, grazie al suo sistema di “mi piace”, non solo è in grado di capire cosa piaccia all’utente, ma è persino capace di conoscere la personalità dell’utilizzatore più delle persone che vivono al suo fianco.

Utilizzando un’applicazione presente su Facebook chiamata “MyPersonality”, infatti, è stato somministrato un questionario formato da 100 item, che indagava i cinque tratti della personalità presenti nel test chiamato “Big Five” (estroversione, amicalità, coscienziosità, stabilità emotiva e apertura mentale).

Così facendo, hanno ottenuto un campione di 86.200 utenti di Facebook, ai quali è stato richiesto l’accesso ai loro “like”. Secondo Youyou e colleghi, gli autori della ricerca, le persone mettono in media 227 “like” alle pagine di Facebook, una quantità di informazioni che, a livello individuale, è maggiore di quella che possono avere i conoscenti “reali” (in carne e ossa) del soggetto in esame.

Quando un utente di Facebook clicca “mi piace” sulla pagina di Greenpeace, per esempio, il computer lo etichetterà come “coscienzioso” , e così vale per tutte le pagine in cui è stato inserito il proprio”like”.

Ciascun soggetto ha poi chiesto a un familiare, amico o collega di svolgere il questionario di personalità pensando all’utente, con un totale di 14.410 partecipanti alla ricerca.

Cosa è stato trovato?

Il computer è in grado, grazie a Facebook, di delineare un profilo di personalità molto più accurato di quello dei conoscenti “reali” dell’utente.  L’algoritmo utilizzato è infatti più preciso di un collega di lavoro (la cui accuratezza è equivalente a 10 “mi piace” dell’utente), un amico (70 “mi piace”) e un genitore (150 “mi piace”). Soltanto il coniuge supera la conoscenza del computer: per eguagliarlo, infatti, l’algoritmo necessita di 300 “like”, che però sono inferiori alla media dei “mi piace” degli utenti.

I risultati dello studio. In rosso troviamo la media di accuratezza nel valutare la personalità dell’utente da parte del computer, mentre in blu quella fatta dai conoscenti. In azzurro più chiaro possiamo vedere le sottocategorie dei “conoscenti”: collega di lavoro, amico, coinquilino, familiare e partner. Solo quest’ultimo batte il computer.

Quali sono le conseguenze di questo studio?

La capacità di giudicare la personalità è così importante da influenzare le nostre scelte sociali. Gli autori sostengono che grazie alla loro ricerca si potranno aprire nuove frontiere del giudizio umano, unito all’ausilio della tecnologia. Ad esempio, si potranno costruire robot e dispositivi di Brain Computer Interface in grado di capire la nostra personalità e di reagire di conseguenza. Nelle aziende, potrebbe essere utilizzato dalle Risorse Umane per selezionare il candidato ideale ad una posizione lavorativa. Potrebbe inoltre servire per creare prodotti ad hoc, disegnati sulla personalità dei consumatori.

Come citato all’inizio, tuttavia, il problema è la privacy: come facciamo a sapere che le nostre personalità non vengano utilizzate contro di noi, con strategie di marketing aggressive o furti d’identità? L’unica cosa che potrà garantirlo, specificano gli autori dello studio, è una più potente policy sul trattamento dei dati sensibili all’interno della piattaforma.

Facebook tra pro e contro

A mio parere, al di là del problema della privacy, la questione del riconoscere la nostra personalità è un grande punto di forza del social media Facebook (come lo potrebbe anche essere con Twitter, in base ai follower seguiti e ai post retwittati): grazie ad esso, infatti, è possibile vedere esclusivamente le pagine che ci interessano, al punto da riuscire a radunare quasi tutto quello che si cercherebbe su un motore di ricerca, come Google, sulla propria homepage.


Un punto a sfavore
, tuttavia, è quello dell’omogeneità delle informazioni: siccome avrò tutto quello che cerco sulla mia pagina Facebook, non avrò stimoli per cercare altri interessi, se non quelli che postano i miei amici che, tuttavia, spesso hanno interessi simili ai miei.

Potente mezzo per apprendere un gran numero di informazioni sempre aggiornate dagli ambiti più specifici, quindi, e tuttavia talmente selettivo da non includere quello che ora non ci interessa, ma che potrebbe stimolare la nostra curiosità.

Identità “reale” e identità “virtuale” non spesso coincidono.

Inoltre, quello che non è stato valutato è la differenza tra la personalità che si ritiene di avere nella vita di tutti i giorni e quella cosiddetta “identità virtuale” che molto spesso non coincide con la prima.

Quello che ora bisognerebbe domandarci è: quanti dei “mi piace” che mettiamo sono realmente sinceri? Quanti sono stati messi esclusivamente a causa della pressione sociale e quanti invece sono stati messi per sbaglio, per noia, o perché attirati da particolari superficiali che hanno deviato la nostra attenzione (come un’immagine, un titolo accattivante o divertente, eccetera)?

Sicuramente questo è un grosso limite della ricerca. Che ne pensate?

Annalisa Viola

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Informazioni su Annalisa Viola

Psicologa
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